La jella per diritto...
Il problema è semplice (me lo suggerisce argutamente mia moglie): e se al Tizio a cui è stata minacciata la jella, succede poi qualcosa, la colpa è di chi ha pronunciato le parole minacciose?
Dunque, a questo punto, deve intervenire il Legislatore a stabilire eventuali connessioni di fatto e di diritto fra chi fa lo jettatore anche non di professione, e chi potrebbe rimanere vittima di una vicenda non legata agli auspici dello jettatore. Ed indipendente dalla volontà di costui.
Anche lo jettatore deve godere di presunzione d'innocenza, pure se come quel personaggio pirandelliano ambisce alla «patente» di portare jella al prossimo.
Fra codici e pandette si trova qualcosa che ipotizzi avvenimenti negativi per pura coincidenza con la minaccia proferita da qualcuno?
Su «Repubblica» di stamani, Elsa Vinci ha fatto una bella citazione da Alessandro Dumas. Lo jettatore di solito è magro e pallido, con il naso ricurvo e occhi grandi da rospo.
Da giovane ero bello robusto (oltre il quintale), colorito roseo, naso ricurvo ed occhi piccoli.
Invecchiando e dimagrendo, adesso sono magro e pallido, con il naso ricurvo e occhi grandi da rospo.
Dumas mi suggerisce di tentare un esperimento.
Orvieto, tutti assieme appassionatamente
I due giorni di sciopero dell'informazione ci hanno garantito una visione ottimistica del seminario per il Partito democratico. La ricomparsa dei quotidiani ci ha riportato alla consueta realtà. Ad Orvieto non era cambiato nulla.
Non so se ricordiate quei problemi che davano una volta alle elementari. Prodi direbbe che non si può rispondere alla domanda se prima non si precisa di che si tratti. Berlusconi spiegherebbe che per lui non esiste il problema dei problemi, perché è abituato a risolverli tutti, anche quelli che non sappiamo di che tipo siano, perché lui ricorre ai sondaggi e ciò è già di per sé un problema che non ammette soluzione diversa da quella che lui stesso ha in testa. Ovvero se io penso, pensa Berlusconi, che gli italiani in maggioranza (56%) sono ancora con me, anche gli altri la debbono pensare con me, perché se non lo pensano questo è il vero problema.
Comunque il problema delle elementari di una volta è questo. Data una vasca di 50 metri cubi e dato un rubinetto che vi versa 2,5 metri cubi all'ora, quanto tempo deve passare prima che la stanza in cui si trova la vasca si allaghi completamente?
Ad Orvieto è stato formulato un problema che ridotto all'osso suona così: data la presenza di 120 persone, e data la possibilità che venti persone non sappiano offrire suggerimenti, e che le altre cento ne offrano ciascuna uno e mezzo, quanti suggerimenti alla fine si raccolgono in media per non mettersi d'accordo? La risposta ve la forniamo direttamente noi. Ogni persona presente usufruiva di 1,25 suggerimenti offerti dal seminario. Ammesso che per arrivare ad una ipotesi di decisione occorresse come minimo essere a quota uno o sotto di essa, Orvieto ha dimostrato che per colpa di quello zero virgola 25 non si poteva arrivare a nessun accordo.
Nella piccola quota dopo la virgola si sono inserite opinioni illustri ma non per questo meno traumatizzanti. Da quella di D'Alema («Non si fa nascere un partito nuovo in un gazebo»), ovviamente espressa come richiamo alla necessità di un confortevole grand hotel; a quella di un sottosegretario (Gigi Meduri) sostenitore della teoria che i vecchi partiti non si possono far sciogliere nell'acido muriatico. Gavino Angius si è schierato per il silenzio: «È meglio che non si sappia quello che penso».
De Mita, noto filosofo della Magna Grecia, ha chiuso con solennità: «Un partito si fa con gli atti di governo che compie». Prodi ha chiesto: ma quale governo?
Finanziaria
Come Celentano pure lui l'ha buttata in politica. Si è presentato con un'aria spaesata che contrastava con il copione da recitare. Gli hanno inventato una parte che cominciava dicendo che anche lui sarebbe «sceso in campo» perché sa cantare come Berlusconi e corre come Prodi. Già questo doppio gemellaggio avrebbe dovuto consigliare i suoi collaboratori a lasciar perdere.
Gli italiani hanno le tasche piene di «questa» politica. Di Berlusconi per motivi che conoscono bene anche i suoi sostenitori. Aldilà delle canzonette duettate con Apicella, c'è stato molto fumo e poco arrosto. Glielo ha detto con grazia Giuliano Ferrara dal «Foglio», glielo ha gridato inutilmente Vittorio Feltri da «Libero», glielo ha suggerito con cautela Paolo Guzzanti dal «Giornale» che è cosa loro, nel senso che appartiene alla famiglia di Arcore.
Prodi ha vinto la maratona delle elezioni primarie con quattro e passa milioni di voti. Dopo di che ha fatto del suo meglio per perdere consensi alle politiche dove quel risicato margine di 23 mila schede gli è stato rimproverato dall'opposizione, incapace di vedere (anzi di prevedere) che il professore avrebbe fatto del suo meglio per offrire agli avversari grande quantità di argomentazioni a proprio sfavore, come è successo dal viaggio in Cina al ritorno alle Camere.
Pensate se anche gli autori che circondano Prodi tentassero di trasformarlo in una pallida imitazione di quel Celentano che sembra esser diventato il metro di paragone di tutto. Al punto che la gente molte volte, assistendo a discussioni poco convincenti, s'interroga: gli argomenti di fondo sono forniti dal capo dello storico Clan o da Maurizio Costanzo Sciò?
Avremmo un Prodi alla Gianni Morandi che imita Celentano. Altro che Romano, sarebbe un Romagnolo per via degli accenti. E nella sostanza ripeterebbe quello che ha già mostrato a Pechino, con quel «Ma siamo matti?» detto a chi gli chiedeva se fosse andato in Parlamento a parlare del caso Telecom, non sapendo che avrebbe poi dovuto fare retromarcia. Questo Prodi celentanizzato spiegherebbe che anziché di 24 mila baci (eccessivi per la finanziaria) si accontenterebbe di alcune carezze.
Giovinezza e politica
Racconta la poetessa Alda Merini che da giovane nel dopoguerra fu licenziata dallo studio legale dove lavorava perché scoperta a scrivere liriche in ufficio («Lei non ha idea dell'avarizia degli avvocati»). Tra i suoi primi versi alcuni riguardavano il leggendario banchiere Enrico Cuccia, che per ovvi motivi chiamava «il gobbo». Una mattina Alda Merini (si era nel 1948, lei era nata nel 1931) fermò Cuccia e gli disse: «Io ho fame». Lui rispose: «Buon segno», e «tirò dritto». Il ricordo è esemplare per tanti motivi, tra cui quello che riguarda il rapporto fra le generazioni. Giovani che chiedono, vecchi che non rispondono a tono, facendo finta di non capire.
L'argomento è stato trattato anche in un seminario organizzato da politici che appartengono alla «generazione del 1966» o giù di lì, e che avendo quindi soltanto più o meno quarant'anni sono visti negli austeri ambienti di Senato e Camera come debuttanti in attesa di formarsi un'esperienza sul campo. Un latinista «di prima grandezza» (Alessandro Schiesaro) definisce l'Italia un Paese di corporazioni chiuse, vecchie, poco innovative e poco ricettive ovvero, traducendo in lingua corrente, per nulla aperte a chi non ne fa parte. Lo stesso discorso è stato fatto da Enrico Letta, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, con una formula elegante: in Italia sia in politica sia nell'università sia nelle professioni sia nel giornalismo, c'è un problema, «la logica della cooptazione», ovvero la scelta dall'alto, aggiungiamo noi, la chiamata da parte di chi comanda, per cui come dice Letta «per andare avanti devi avere un capofila che ti tira su».
Le cronache del seminario dei quarantenni che bene o male contano qualcosa (ed hanno buone speranze di migliorare le loro posizioni già invidiabili), si sono incrociate con una polemica avviata da una rubrica della «Stampa» curata da Massimo Gramellini. Il quale ha definito «la molle gioventù» quella di oggi che non riesce a staccarsi dalla casa paterna, non frequenta le facoltà scientifiche perché troppo impegnative, si laurea comodamente dopo anni di «fuoricorso», e poi per non affrontare ostacoli va a far la fame nei call center (come oggi chiamano i centralini telefonici). Una tal Luisa gli ha scritto che i vecchi non incoraggiano le nuove idee dei giovani. Per me ha ragione lei. Da antico insegnante preferisco frequentare i giovani. I miei coetanei (peggio se più anziani) sono insopportabili saccenti.
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Mafia riminese
Dietro la protesta di quei bagnanti forestieri contro i Vigili urbani di Rimini che inseguivano in spiaggia gli ambulanti extracomunitari, c’è qualcosa di più di una stravaganza estiva, tolti gli sputi contro la forza dell’ordine in azione.
Ha ragione Maria Laura Rodotà (Corriere della Sera di stamani). Quei poveretti sono in mano al racket. Perché, anziché colpire loro, non si risale a quanti tengono le leve del commercio abusivo degli africani, e che sono «italiani, in genere»?
Tutto qui. Problema di un’enorme semplicità.
D’inverno il centro di Rimini è invaso da africani che provengono anche da città lontane come Ferrara. Non riuscendo a vendere nulla, chiedono un euro di carità. Se gli spieghi che un cittadino qualsiasi non può dare un euro a tutti i «negri» che incontra per strada, ti danno ragione, anche quando dici che loro non vanno a lavorare onestamente, ma si sottomettono alla mafia. Con l’occhio triste abbassano il capo per dire di sì, che è vero, che sono in mano alla mafia per sopravvivere.
Poi un’altra affermazione importante di Maria Laura Rodotà mi preme sottolineare e condividere: questi vuccumprà sono gli eredi dei nostri magliari di mezzo secolo fa. (Tanti anni fa scrissi una nota di cronaca intitolata «Vuccumprà, nipote di magliaro».)
A Rimini ne conobbi uno di Genova, e la mia famiglia ebbe lunga amicizia con la sua. Poi mise su negozio sulla passeggiata elegante di Marina Centro. E d’inverno veniva a vendere a casa l’abbigliamento adatto alla stagione.
Prodi o Prudenti?
Manager incarcerati per una serie di reati che vanno dalla criminalità vera e propria a «miseri imbrogli legali». Diffidenza e sfiducia diffuse ovunque. Costose nuove regole. Il quadro si riferisce agli Usa, ed è delineato in un volume scritto dal sociologo Daniel Yankelovich (classe 1924), «Profitto con onore», Yale University Press.
Da una sua pagina presentata ne «Il Sole-24 ore» di oggi 20 agosto, ricaviamo un passo illuminante per qualsiasi Paese: «Leggi e regolamenti non assicurano la buona condotta», infatti «uno studio legale prospera solo quando i suoi avvocati sanno consigliare i clienti su come aggirare la legge».
In Italia di recente si è tentato di salvaguardare l’onore degli studi legali, risparmiando ai loro avvocati la fatica di studiare i modi «su come aggirare la legge». Ci hanno pensato direttamente alcuni onorevoli, per caso anche legali delle parti interessate ai provvedimenti approvati dalle Camere. Ma questa è ormai acqua passata.
Nei giorni scorsi il tema delle nuove regole è stato affrontato da alcuni ministri della Repubblica in relazione alla questione fiscale. Come è ben noto, pagare le tasse è ritenuto in Italia un’impresa disonorevole, per cui molti elogiano gli evasori quali eroi degni di stima, ammirazione ed imitazione. Resta celebre la battuta di un presidente del Consiglio, pronunciata mentre era in carica: «Chi è? Ah, siete dei ladri? Per fortuna, temevo che fosse la Guardia di Finanza».
Questa non è acqua passata, anche perché il governo Prodi, a corto di voti e di fiato, dovrà prima o poi fare i conti con quell’ex-presidente, al quale sul tema delle tasse sta dando una mano la stessa maggioranza. Il ministro di Clemenza e Giustizia, Clemente Mastella, ha inventato uno di quei giochini estivi che furoreggiano sui giornali, «prendi un cognome e storpialo». La discussione verteva su come stanare gli evasori, e sulla necessità di un’anagrafe dei contribuenti per controlli incrociati (che ci illudevamo fossero stati già realizzati da trent’anni, come promesso).
Mastella è intervenuto dichiarando che «Visco fa rima con fisco», per cui quando parla deve essere più cauto. Sarebbe come sostenere che il ministro alla Difesa Parisi potrebbe essere spinto dalla rassomiglianza con la capitale della Francia, ad infastidire Chirac per l’invio di truppe Onu in Libano. E che Prodi sarebbe più efficace nella sua azione di capo dell’esecutivo se si chiamasse soltanto onorevole Prudenti.
Hina Saleem
Ho confrontato la tragica sorte di Hina Saleem con la notizie dalla Riviera riccionese, dove per le arabe si vogliono creare spazi riservati perché costoro portano molti soldi (vedi il post precedente).
Benvenuti, nuovi italiani
Stamattina a «Prima pagina» su Radio Tre è intervenuto un cittadino senegalese che abita in Italia, sulla promessa normativa per acquisire la nostra cittadinanza.
Ha parlato della nostra Costituzione con una conoscenza che neppure un laureato da noi ha.
Benvenuto futuro «nuovo italiano».
Questo valga come promemoria per quanti chiedono ai «nuovi arrivati» la conoscenza della lingua e della cultura del Bel Paese.
Se, come per la patente di guida, dovessimo ogni tanto sottoporre ad un controllo i connazionali, quanti sarebbero i promossi ed i bocciati su lingua, cultura e legge fondamentale dell'Italia?
Il delitto di Riccione
L'ultimo delitto, a Riccione, mette a confronto due generazioni d'immigrati.
Ragus Karl Horst, 76 anni, tedesco, agente immobiliare ricco, è stato ucciso da un ucraino di 21 anni per difendere l'onore di sua madre, 46 anni, in Italia come badante.
Una volta gli italiani corte
Adesso non si è internazionalizzato il sesso.
Il fatto vero è che le povere immigrate da tutto il mondo ricorrono al sesso (contrabbandandolo per amore) perché hanno bisogno di mettere assieme soldi per loro, per la famiglia lontana, per la loro casa dove vivono dei vecchi che hanno la stessa età di quelli che vengono a badare qui.
Poi succede che un figlio arriva in Riviera, ascolta le umiliazioni subìte dalla madre, litiga con il vecchio ex spasimante, perde la testa ed il giorno dopo i cronisti di nera sono accontentati. Tutta la stampa nazionale ne parla.
Dietro il delitto niente?
Per carità, ci sono mille cose che raccontano come è cambiata la nostra vita.
I romagnoli un po' maturi snobbano le ragazze locali troppo emancipate, corteggiano entusiasti le badanti o le altre lavoratrici straniere, credono di aver trovato finalmente il vero amore.
Ed in molti casi restano (i romagnoli) senza soldi e senza affetti, perché appunto in molte quelle straniere scappano dopo aver preso il malloppo.
In un caso, questo di Riccione, c'è scappato il morto.
Bossi come Garibaldi?
Siamo sommersi da buone notizie. Scrive un quotidiano: in una società sempre più infantile, la moda dei bambini accetta regole e manie dei più grandi. Tradotto: i grandi rincretiniscono, i piccoli li imitano. I cinesi esportano i loro prodotti ed in cambio importano i modelli occidentali. Non quei baldi giovanotti che sfilano sulle passerelle addobbati da coniglio in porchetta, ma gli esempi della nostra politica. La notizia è questa: in Cina si ruba al partito per pagare le amanti. Le quali si sono ribellate, per eccesso di concorrenza sotto uno stesso tetto.
Loro non sanno che a Pechino si erano ispirati in anticipo al decreto Bersani sull’abolizione dei privilegi di categoria. Lo spirito monogamico ha però battuto l’esportazione della democrazia occidentale avvenuta senza sparare un colpo, ma soltanto evitando di far sapere alle signore cinesi in questione che le aspiranti attrici italiane hanno esperienze ben peggiori, dovendo cenare con il cantante Malgioglio. Adesso le concubine dell’ex celeste impero rivendicano il numero chiuso, come i taxisti italiani contro Prodi.
A completamento del quadro cinese, apprendiamo che quelle città con il boom economico sono tra le più inquinate del mondo. La loro aria uccide, lo smog provoca un record di vittime.
Molto meglio da noi. Leggiamo da «CorrierEconomia» (3 luglio): «Nell’ultimo anno la Borsa è stata un business: per le banche, non per i risparmiatori». I dati: su 4,4 miliardi raccolti, ne è stato bruciato uno e mezzo circa. Si riconferma l’aurea e tranquillizzante regola: gli istituti bancari fanno affari d’oro sulla pelle dei risparmiatori.
Immaginavamo l’on. Mastella in tranquilla vacanza. Invece è agitato, al governo. Dove si chiederebbe, stando ad un giornale, che cosa ci stia a fare, consapevole di contare meno del due di briscola. Coraggio, simpatico Clemente, compia un gesto ardito fuggendo dalle riunioni di palazzo Chigi. C’è già chi è pronto a prenderne il posto, come teme Berlusconi dopo l’incontro tra capo dello Stato e capo della Lega, una replica di quello di Teano fra Garibaldi e Vittorio Emanuele II.
Unica differenza: quello della camicia rossa portava il Meridione all’Italia, questo della camicia verde lo affonderebbe senza complimenti. Napolitano ha rassicurato: Bossi è realista sulle riforme. Ci preoccupa tutto il resto. I garibaldini volevano essere sepolti con la loro bandiera. Per Bossi il tricolore può sostituire la carta igienica.
Chi ha vinto al referendum
Ha vinto la democrazia partecipata, non quella arruffona dei capipopolo, neppure quella arzigogolata delle segreterie politiche dei partiti. Siamo andati a votare in tanti per giudicare la riforma della Costituzione. Non abbiamo rinunciato al diritto della scheda ed al dovere di recarci ai seggi. Il precedente governo non ha voluto che ci fosse il «giorno delle elezioni» (lo dico in italiano, loro lo dicevano in inglese). Poi i suoi esponenti finiti all'opposizione si sono lamentati delle continue chiamate alle urne. Ha vinto la consapevolezza che il popolo è sovrano, anche se le cronache hanno fatto di tutto per confondere le idee alla gente. L'attuale opposizione alla fine su qualcosa è riuscita a convincere anche il presente governo: si ridurranno (in futuro) i numeri di senatori e deputati. Calcolatrice alla mano, non servirà a nulla. Lo dicono gli esperti.
L'attenzione dell'elettorato è stata distolta da scandali a ripetizione (dal calcio alla sanità) e dai mondiali del pallone. Ma alla fine la gente non si è fatta distrarre. La partecipazione a questo voto dovrebbe spingere tutti, vincitori e vinti, ad essere non suscettibili come le fanciulle che vanno in tivù sospinte da qualche protettore, e poi si mettono a strillare: giù le mani dal mio onore, mi sono fatta strada soltanto con le mie qualità artistiche. La vicenda delle vallette di partito ha visto alla ribalta un po' mesta ed un po' carogna personaggi di tutti i tipi. Anche uno che avrebbe potuto essere il re di quest'Italia che suo nonno aveva contribuito a rovinare. Il contorno della regal compagnia era ridicolo, non squallido, come si voleva far diventare all'insegna del tutti siamo come loro.
Anche il voto di questo referendum ha dimostrato che essere furbi in politica non è né una colpa né un merito, è semplicemente una disgrazia collettiva che dovremmo evitarci. La gente ha voluto fare sentire la propria voce, come alle primarie del Centro-sinistra. E lo avrebbe fatto con consapevolezza anche per il Centro-destra, se le avessero organizzate. Una democrazia si regge sul confronto. Che si fa a voce alta o bassa, ma si fa. L'Italia repubblicana si era avviata sulla strada del ridicolo, con qualcuno che pretendeva d'instaurare una specie di monarchia mascherata non prevista dalla Costituzione, mediante la figura di un primo ministro tipo amministratore delegato che odia le persone normali e tratta il mondo come un ininterrotto spettacolo comico.





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