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    Archivio Dicembre 2007

    Binetti, si ricordi di Luigi Gedda (1938)

    di antoniomontanari (28/12/2007 - 19:17)

    Walter Veltroni in una lettera alla "Stampa" (27.12) aveva definito "sbagliata e pericolosa" la tesi della sen. Paola Binetti la quale considera l’omosessualità una malattia da curare.
    Binetti
    La sen. Binetti oggi risponde dalle colonne del quotidiano torinese, con un'intervista a Giacomo Galeazzi: "Come neuropsichiatra ho esperienza decennale di omosessuali che si fanno curare. Non sono andata a cercarli io, sono loro che sono venuti in terapia da me perché dalla loro esperienza ricavano disagio, sofferenza, ansia, depressione e incapacità di sentirsi integrati nel gruppo. Non sono io a sostenerlo, è un dato oggettivo".

    La posizione della sen. Binetti non si discosta da quella della Chiesa anglicana (sì avete letto bene, anglicana).

    Ciò che in tale posizione spaventa, è espresso in un altro passo dell'intervista, in cui la sen. Binetti la rivendica e giustifica in nome di un "dato oggettivo": "Fino a poco tempo fa il Dsm4, la "bibbia degli psichiatri"" utilizzata da tutti gli enti pubblici, "ha sempre inserito l'omosessualità tra le patologie del comportamento sessuale".
    Fino a poco tempo fa, dunque. Non so se sia il caso di chiedersi il perché della recente cancellazione.

    Da vecchio pedagogista, quindi senza alcuna pretesa di confutare le tesi scientifiche ("scientifiche"?) della dottoressa Binetti, mi permetto di esprimere una opinione molto amara, perché essa rimanda al ricordo storico di quando un noto endocrinologo cattolico come Luigi Gedda teorizzò la superiorità della razza ariana, aderendo alla campagna antiebraica. Dalla quale derivarono quelle leggi razziali del 1938 che restano la vergogna somma di Casa Savoia, assieme alla guerra.

    Per ulteriori informazioni scientifiche, vedere il blog Bioetica (a cura di Chiara Lalli): Binetti e intolleranza.

    FONTE

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    Le ragioni di Romano Prodi

    di antoniomontanari (26/12/2007 - 11:06)

    Stampa26122007 Romano Prodi ha ragione. Non si può concepire la politica come eterna rissa da cortile, con protagonisti isterici i quali soltanto amano tirare i cappelli all'avversario, offendendolo con caricature e ridicolaggini che non dicono nulla alla persone serie. Non ostante tutto ed i telegiornali pubblici o privati,  esse continuano ad esistere.
    La politica è cosa per persone serie. L'avanspettacolo è bello ed utile. Ma non certamente quando si deve decidere la sorte di un Paese. Lasciamo le risse da cortile ai ricordi di quelle donne che si contendevano lo stesso uomo a colpi di ciabatte in testa alla nemica.
    Adesso sono cose che non si usano più neppure in questi casi di conflitto d'interessi amorosi. Gli schiaffi hanno ceduto il posto alla compartecipazione all'utile e al dilettevole.
    Il concetto di sesso oggi affermatosi in modo allargato nel più cattolico dei territori cattolici, rassomiglia vagamente allo spirito della ex Casa della libertà. Che lo stesso Berlusconi ha chiuso per colpa dei Casini ivi regnanti, intesi come cognomi.
    Verrebbe la voglia di pregare Prodi di lasciare Palazzo Chigi soltanto per carità cristiana e risparmiarci le esibizioni del Cavaliere. Non ne possiamo più.
    Prodiansa
    Purtroppo per Berlusconi, Prodi ha vinto le lezioni, di stretta misura come il presidente degli Usa, anzi con più voti di scarto di lui.
    Il presidente del Consiglio non rappresenta i suoi elettori ed i loro eletti. Guida un governo di un Paese, non la giostra di una periferia urbana o di una spiaggia. Berlusconi lo dovrebbe sapere, essendo circondato da fior fior di intellettuali, giuristi ed esperti di tutto lo scibile umano, come l'ispirato Giuliano Ferrara che amo e stimo moltissimo (guai se lo sapesse: mi fulminerebbe con uno di quegli sguardi da istrione che spesso ci offre). Ferrara tra un editoriale sul «Foglio» della signora Veronica Lario in Berlusconi, ed una trasmissione sulla «Sette», immagino trovi tempo per esercizi spirituali atti a rafforzare la sua modestia e la sua dialettica antiprodiana.

    È inutile ogni giorno andare in fregola con la storia che Prodi se ne deva andare. Quindi ha ben fatto Prodi a dire:  «L'affannosa gioia della spallata inseguita da Berlusconi non serve proprio a niente, non serve a lui perché poi non riesce a darla, né serve all’Italia». Anzi, «fa molto male alla democrazia italiana».
    Non mi piace applaudire chi comanda. Ma sarà colpa delle feste o delle parole di Prodi, approvo anche un altro passaggio della sua dichiarazione natalizia: «Prima delle elezioni io sono stato sottoposto ad uno spionaggio sistematico, durissimo, illegale, ma ho sempre detto: lasciamo fare alla Magistratura. E io credo che un uomo politico debba fare queste cose».

    A Prodi, se posso permettermi, suggerisco di andare cauto con certi amici che lo circondano nel novello Pd.
    Al treno veltroniano si sono accodati personaggi che non hanno la minima idea della differenza fra destra e sinistra, anzi hanno fatto pubblica professione di imparzialità fra le due parti. Che è come dire che votare Prodi o Berlusconi è la stessa cosa.
    Ecco, caro presidente, la spallata se verrà, giungerà da questi ambigui personaggi che fanno i giocolieri, fingendo di guardare al bene comune, ma in sostanza pensando soltanto a guadagnarsi la pagnotta con la politica perché altrove non hanno raggiunto alcun obiettivo grazie alle capacità personali ma soltanto in virtù di sacrosante protezioni.
    Insomma, alla fine potrà più la «casta» che il «casto» Silvio Berlusconi, quando si tratterrà di far cadere il governo Prodi. E succederà per mano di esponenti del partito voluto fortemente dal professore. E nel più perfetto e perfido stile che una volta si diceva democristiano.

    Per rallegrarvi, guardate l'imitazione di Alberto Angela fatta da Neri Marcoré (foto in alto, a destra).

    FONTE

    Tag: romanoprodi,partitodemocratico

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    Piange il telefono

    di antoniomontanari (23/12/2007 - 18:36)

    Grillobertinotti Un illustre giurista, Guido Neppi Modona, scrive oggi nel «Sole-24 Ore» un importante articolo sul problema delle intercettazioni telefoniche che sta riscaldando il clima politico italiano.

    Il punto centrale del suo breve saggio è in questo passo: «a essere censurato e condannato non è stato il comportamento penalmente illecito o politicamente scorretto e squalificato» di chi aveva detto certe cose al telefono.

    Bensì si è spostata l'attenzione «sull'imprescindibile esigenza di impedire per il futuro che notizie di quel tipo potessero divenire di dominio pubblico». Neppi Modona parla esplicitamente delle «serie preoccupazioni» suscitate dagli atteggiamenti del ceto politico che mirerebbe alla sua tutela in sede giudiziaria per garantirsi una specie di salvacondotto (mi scuso del riassunto troppo sintetico per argomentazioni molto articolate, ma la morale della favola è questa).

    Per fortuna, aggiunge il professore, la Corte costituzionale ha di recente stabilito che «anche in caso di diniego dell'autorizzazione», le intercettazioni «potranno essere utilizzate processualmente nei confronti di terzi»...

    Le cronache odierne a proposito del problema delle intercettazioni, sono piene delle parole di Grillo contro Bertinotti (accusato di essersi «preoccupato per la privacy di un signore che voleva comprare un senatore. Invece di espellere questo (basso) insulto alla democrazia dalla Camera ne tutela la privacy»).
    Non so se nei prossimi giorni si discuterà seriamente secondo il ragionamento di Neppi Modona. Se a dettare legge, come si suol dire, dovesse essere più un comico che un illustre giurista, allora ne trarremmo le conseguenze logiche circa le opinioni negative che girano all'estero sopra il nostro Paese.

    FONTE
    anti_bug_fck

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    Santa ipocrisia

    di antoniomontanari (19/12/2007 - 19:01)

    Mafaiwvbonino Ricevo da un collega blogger questo bel biglietto d'auguri: «Caro Antonio, nel laico dubbio che uno sia cristiano oppure no io ricorro spesso alla formula "Buone Feste di Fine Anno", che dovrebbe andar bene per tutti».
    Grazie di cuore del messaggio ed anche dell'attenzione.
    A me va benissimo il Natale con relativo riferimento augurale. Considero la nascita di Cristo un evento fondamentale nella storia del mondo.
    Non per nulla nel presepe davanti a tutti stanno i reietti del tempo, i pastori.

    Educazione e sentimenti religiosi, mi piace però onestamente tenerli separati dall'idea dell'impianto politico della società: ecco perché molto spesso scrivo invocando il nome della laicità. (È nel Vangelo che si trova la distinzione fra Dio e Cesare...)

    L'ultimo spunto al proposito è dato da un articolo di Miriam Mafai su «Repubblica» di ieri e dalla risposta odierna alla Mafai di Walter Veltroni.
    L'episodio è esemplare. «Prima sconfitta per il Pd» intitolava ieri il quotidiano romano il pezzo della Mafai sul fatto che nel consiglio comunale capitolino non è stato possibile arrivare a deliberare l'istituzione di un «registro» delle unioni di fatto (semplifico molto per riassumere la discussione).
    Miriam Mafai parlava di «una sconfitta per chi aveva scommesso su una possibile convergenza e unità di due riformismi, uno di origine popolare, l'altro di origine socialista».

    Oggi Veltroni smentisce la Mafai, sostenendo che nulla è stato compromesso perché il problema non riguarda il consiglio comunale di una città in cui in questi anni «i diritti sono stati tutelati e rafforzati». Ma tocca la politica che deve dare «risposte legislative adeguate e moderne» per realizzare «la laicità delle istituzioni repubblicane».


    Sotto l'aspetto formale, Veltroni ha ragione. Ma è la questione sostanziale che va esaminata. E la questione sostanziale è quella denunciata dalla Mafai ieri, e da Scalfari di recente: le pressioni d'Oltretevere sui politici del Pd...

    Pirata


    Veltroni passa la palla a Prodi: è la politica che deve dare «risposte legislative adeguate e moderne».
    Non può cavarsela, WV, dicendo che lui come sindaco di Roma governa una città tollerante.
    Non basta. Lui è il segretario del Pd. Due ruoli, due parti sono utili se servono a sommare la forza del personaggio.
    Ma se il personaggio si sdoppia, fingendo che non ci siano state le pressioni vaticane su quel «registro» (considerato indegno per la città «sacra»), allora ha ragione Miriam Mafai nel sostenere che la vicenda capitolina è stata una sconfitta per tutto il nuovo partito prodiano-veltroniano-rutelliano (e... vaticano).

    Allora ha ragione il ministro Emma Bonino quando oggi denuncia «l'intromissione giornaliera, petulante delle gerarchie» cattoliche. E dichiara: «Qui è una saga di baciapile, ce ne fosse uno che ha una famiglia normale, sono pluridivorziati e va benissimo, però poi non vadano a predicare il contrario».


    Uno dei cardini su cui si regge lo spirito evangelico, è quello della testimonianza. Ovvero della coerenza fra le cose credute e quelle praticate. Ma quella coerenza non esiste nei tanti predicatori che ci affliggono con le loro litanie finalizzate soltanto a raccogliere voti. Possibile che le gerarchie ecclesiastiche non vedano? Finisco qui perché non vorrei essere scambiato per un teologo, anzi peggio per un teologo del dissenso, come si diceva una volta.
    Adesso è tutto consenso. Chi racconta le balle più grosse è premiato. Contenti loro... Speriamo che ci permettano di non essere d'accordo con la santa ipocrisia.


    Circa la mossa di WV di passare la mano alla «politica» (che deve dare «risposte legislative adeguate e moderne» alla laicità dello Stato), sono da leggere con attenzione le parole di Riccardo Barenghi sulla «Stampa» odierna, proprio sul doppio scacco politico del governo e quindi di Veltroni come segretario del Pd per il decreto sulla sicurezza e per la legge elettorale («ha sbagliato il metodo»).
    Conclude Barenghi che «nel suo partito non sono pochi quelli che non vedono l’ora di sgambettare il leader e ridimensionarlo. Figuriamoci nel resto del Palazzo».

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    Troppo zucchero per Prodi

    di antoniomontanari (17/12/2007 - 18:48)

    Fazio_prodi

    Se anche per le interviste televisive esistessero le pagelle come per le partite di calcio, non mi sentirei di dare un gran voto ai "duellanti" di ieri sera, Fabio Fazio e Romano Prodi.
    La correttezza del primo a volta è velata da un eccesso di zucchero nella bibita che ci offre. Figurarsi ieri sera che Zucchero c'era di persona in trasmissione... Meglio il pepe della Littizzetto.

    L'onestà intellettuale del presidente del Consiglio è fuori discussione. Lo dico in modo partigiano, tanto per evitare piagnistei. Meglio lui del cavaliere, se la piazza offre questo. Però anche Prodi ha avuto qualche uscita molto poco felice.

    Ad esempio quella sulla «ragion di Stato» a proposito della visita del Dalai Lama e dei rapporti con la Cina.
    Caro Prodi, sono cose che si pensano ma non si dicono. Non è apprezzabile la sincerità, in questi casi. La diplomazia chiama diplomazia. Invocare la «ragion di Stato» quando le ragioni morali sono ben superiori, non è un'uscita particolarmente brillante.

    Poi la vicende di quel treno fermo per dodici ore. «Ohi, uno era fermo ma ne correvano altri mille...» ha detto all'incirca Prodi. Beh, e se ci scappava un morto assiderato?

    Ultimo appunto. Quando ha detto giustamente che democrazia è controllo di tutti i cittadini su qualsiasi fatto, anche sulla cultura...
    Forse Prodi non è molto al corrente. Un recente episodio, quello della Dante Alighieri di Firenze. L'ho ricordato qui l'8 dicembre. Parole del prof. Emilio Pasquini: «Una cordata di politici e di presunti studiosi mi ha defenestrato con un colpo di mano per nominare un nuovo consiglio direttivo ed un nuovo presidente» (il vecchio era Pasquini).

    Se passa dalle mie parti, caro presidente, e va magari alla Fiera di Rimini transitando davanti a casa mia, le offro un caffè casalingo e facciamo due chiacchiere sul tema, l'unico che conosco, il condizionamento politico-affaristico della cultura.
    Magari lei mi spiega che cosa succede nelle università. Per verificare se è vero quanto si legge e si ascolta. Una botta di democrazia, insomma, due chiacchiere informali ma non troppo. Dopo le riporto qui, la avviso in anticipo...

    Pirata Fazio avrebbe potuto chiedere a Prodi ad esempio se non trova contraddittorio che le nostre opere missionarie chiedano soldi ai cittadini per i bambini che agonizzano in Africa, mentre da noi non so quanti miliardi sono stati spesi per la chiesa di padre Pio, un francescano, ovvero seguace di «sorella povertà».
    Forse è un problema di coscienza ben più serio di quelli che affliggono la senatrice Binetti per le unioni di fatto o le norme cosiddette «antiomofobia» quando se ne parla in àmbito politico.
    Luciana Littizzetto mi rivolgo a lei: ponga questa domanda a «eminence».

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    Bacone affumicato

    di antoniomontanari (12/12/2007 - 18:01)

    Bacone Tirato per i pochi capelli che ho in testa (dove la confusione regna sovrana come dimostra il lapsus di ieri, avendo scritto l’errato Ruggero al posto dell’esatto Francesco), sono costretto a tornare su Bacone, con nessuna autorità, ma soltanto per impegno morale dopo quello che ho letto in alcuni commenti.

    Francesco Bacone  è fra i costruttori della nuova immagine della Scienza: cfr. il cap. 2 del volume «Dalla rivoluzione scientifica all’età dei lumi», testo di Paolo Rossi (p. 44, ed. TEA, 2000).
    Qui leggiamo anche che Copernico nel difendere la centralità del Sole «invoca l’autorità di Ermete Trimegisto» (p. 47).
    La storia della Scienza non è un percorso lineare tipo supermercato, dove tutto si trova (fino a che non cambiano l’ordine negli scaffali…).

    Dividere lo scienziato dal filosofo, per me è molto difficile. Non credo che sia un’operazione facile per nessuno. Sopra una persona non sappiamo percentualmente quale sia l’influsso ‘genetico’ del padre e quale quello della madre (vedasi Mendel).
    A meno che non si faccia come nelle scenette di litigio domestico, dove uno dei due coniugi rimprovera all’altro le corbellerie di «tuo figlio»…

    Quanto alla storiella del Bacone «ottuso», beh, ognuno può raccontare le balle che vuole se prescinde dagli scritti della persona che si accusa.
    Ma questo non è un metodo scientifico.
    Al primo corso di Filosofia teorica ebbi come docente uno spiritualista rimasto del tutto ignoto sia ai posteri sia ai contemporanei, il quale amava spiegare che soltanto lui aveva compreso l’essenza del pensiero greco. Insomma secoli e secoli di storia della filosofia erano da lui buttati nel cesso, con quella leggera piega del labbro che si forma davanti ad oggetti non propriamente profumati. Per cui a lui si addiceva la massima «dalla escatologia alla scatologia il pensiero corre veloce».

    In un commento ritrovo l’atteggiamento che 50 anni fa caratterizzò «Le due culture» di Sir Charles P. Snow (1905-80), fisico e scrittore inglese, un volume ristampato anche nel 2005.
    Da vecchio (aspirante) umanista, non trovo nulla che vieti di conciliare scienza e filosofia in un percorso che è comune nella storia della cultura.
    Ne ho scritto qualcosina a proposito di un testo del 1600, di un galileiano che si accorge però come sia difficile leggere tutto e subito nel libro della Natura (riassumo un concetto più ampio).
    Se qualcuno desidera avere il testo in formato .doc per mail mi scriva, e sarà esaudito.

    Non capisco, lo dico con franchezza, il gioco di parole che dal bacon porta alla mortadella, e poi la chiusa sui quattro Maestri, rei di non averci informato che Bacone era «ottuso».

    Quando si discute di persone di alto livello come sono o sono stati i quattro docenti che ricordavo, beh, gradirei che il lettore che commenta lasciasse perdere le spiritosaggini e discutesse seriamente.

    Parlare di Storia medievale o di letteratura del Cinquecento non significa dimenticare la dimensione “contemporanea”, ma non riguarda né l’euro (che ci ha salvato da un’inflazione che sarebbe stata tremenda) né la gestione delle Coop (l’altro ieri ho comprato a 29 euro, con sconto socio, un telefonino uguale a quello pagato 49 in negozio l’estate scorsa…).

    Le citazioni di Anna Rosa Balducci da un testo che ho letto tempo fa con grande attenzione, «L’etica del lettore», è la più ampia dimostrazione di quell’umanesimo di cui parlano le persone serie come Ezio Raimondi.
    Cioè una visione della vita che non sia egotista contemplazione del proprio ombelico, ma senso di partecipazione a qualcosa che coinvolge anche l’«altro»: «Non si dà vero dialogo col testo senza avvertire la responsabilità dell’altro in sé».
    Ripeto: «responsabilità dell’altro in sé». E non si pensi che siano cose secondarie o ininfluenti. Se le si comprende, si ragiona a tono. Altrimenti è meglio lasciar perdere.

    «Cosa dire?» dei quattro illustri Maestri, si è chiesto un lettore. Io so che cosa dire, lui ha saputo soltanto deriderli, con la tecnica del lupo della favola che dice all’agnello di essere stato offeso da suo padre… [«Repulsus ille veritatis viribus: / "Ante hos sex menses male - ait  - dixisti mihi". / Respondit agnus:  "Equidem natus non eram!" / "Pater, hercle, tuus - ille inquit  - male dixit mihi!"»]. Scherziamo con i fanti e basta.

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    Bacone «non dixit»

    di antoniomontanari (11/12/2007 - 18:39)

    Papa_bacone«Purtroppo inesatta» è l’immagine di Francesco Bacone presentata dall’enciclica papale «Spe salvi». Lo scrive il supplemento culturale «Domenica» del «Sole-24 Ore» del giorno 9 dicembre 2007, nel sottotitolo del pezzo composto dal prof. Paolo Rossi. Il quale è uno dei maggiori studiosi di Storia della Scienza in tutto il mondo, non soltanto in Europa.
    Non ho la pretesa di riassumere cose che Rossi spiega in maniera molto chiara, come sua consuetudine. Segnalo soltanto alcuni punti del suo articolo, sperando che a qualcuno venga la voglia di leggerlo integralmente.

    Le considerazioni pontificie, dunque, non «sembrano accettabili», secondo Rossi. Bacone, facendo la distinzione fra magia e scienza, conclude che «il fine della scienza» non ha a che fare con l’orgoglio e l’ambizione (come per la magia), ma riguarda «il benessere di tutti i viventi, è la carità».
    Bacone «non pensa per nulla all’esistenza di un rapporto necessario fra aumento del sapere-potere e crescita morale».

    Per Bacone, «la tecnica è ambigua per essenza», perché (sono parole dello stesso Bacone), «può produrre il male  nel contempo offrire il rimedio al male»: «faciunt et ad nocumentum et ad remedium».
    La citazione è presa da «De sapienta veterum» (1609).
    Dove si narra la storia di Dedalo che per consentire a Pasife di accoppiarsi con un toro (e poi, commento mio, parliamo di corruzione contemporanea, relegando il peggio nella mitologia…), costruisce una macchina adatta alla bisogna. Ecco un esempio di invenzioni applicate al male…

    Conosco il prof. Rossi da circa 45 anni, è stato mio docente di Storia della filosofia al Magistero di Bologna, nella sua materia mi sono laureato discutendo una tesi che ha avuto come controrelatore l’italianista prof. Ezio Raimondi, altra figura di studioso conosciuta in tutto il mondo. Fummo molto fortunati ad avere quali insegnanti delle persone come loro due, ma voglio ricordare anche Luciano Anceschi (Estetica), Giovanni Maria Bertin (Pedagogia) e Gina Fasoli  (Storia medievale e moderna). Sono nomi che ritrovate in ogni testo che riguardi le loro discipline, tanto alto è stato il loro contributo alla cultura italiana.

    L’intervento discreto ma fermo di Rossi su Bacone documenta come spesso, nella trattazione di un argomento, si prendano rappresentazioni non corrispondenti alla verità empirica di quello stesso argomento.
    A questo aspetto sono dedicate le righe conclusive del testo di Rossi che spiega come l’immagine deformata di Bacone sia nata esattamente sessanta anni fa con la «Dialettica dell’Illuminismo» di Horkheimer e Adorno.

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    Acqua calda e Senato

    di antoniomontanari (09/12/2007 - 18:15)

    09122007stampaScoperta dell'acqua calda nelle ultime ore per la questione della cosiddetta norma «anti-omofobia» approvata in Senato.
    Il ministro Giuseppe Fioroni in un'intervista al «Corriere della Sera» di oggi ammette che la lotta contro le discriminazioni «si fonda sulla Costituzione». Questo non significa per lui essere in disaccordo con la sen. Binetti. Anzi. La norma, spiega Fioroni, va eliminata perché «si presta ad alimentare dibattiti ideologici e tensioni dietrologiche senza nulla aggiungere in concreto alla lotta contro la discriminazione».
    Come giustificazione non è molto logica, ma pazienza. Se dobbiamo eliminare una norma ogni volta che essa può provocare dibattiti e tensioni, siamo a posto. Nell'anarchia totale.

    Alla Costituzione ha rimandato anche l'editoriale di oggi di Eugenio Scalfari su «Repubblica». Quella norma «tende a dare attuazione con legge ordinaria ad un principio essenziale stabilito dalla Costituzione».

    Appurato ciò, resta il fatto che chi ha scritto il decreto ha commesso un piccolo errore richiamando l'art. 13 del Trattato di Amsterdam. Si tratta invece dell'art. 2 comma 7, diventato articolo 6A dei Trattati costitutivi dell'Unione Europea.

    Le due frasi (di Fioroni e Scalfari) sugli agganci alla Costituzione della norma che la sen. Binetti considera una minaccia di «strangolamento delle coscienze», sono un po' come l'utile scoperta dell'acqua calda per quanti sinora non se ne erano accorti. Non per disattenzione, ma per alterare il senso del discorso politico.

    Nel quale va inserita una postila circa i casi Forleo-De Magistris, con quanto Luciano Ferraro osserva sul «Corriere della Sera»: «Per ora l'unica certezza è statistica: due magistrati su due che si occupano di importanti esponenti del centrosinistra sono finiti sotto tiro di Cassazione e Ces. Una percentuale del 100 per cento».

    Due novità della giornata. Che capovolgono le situazioni finora prefigurate. Fini accusa la proposta di riforma di legge Vassallo di essere una truffa, ed il cavaliere di essere giunto ormai «alle comiche finali». C'è poi l'appello del vecchio dissidente comunista Ingrao alla Cosa Rossa per l'unità della sinistra: «Fate presto! Fate presto perché la vostra unità urge, il Paese ne ha bisogno e perché abbiamo davanti a noi quella che è la condizione tragica del lavoro in Italia».

    Rimando a domani, per motivi di spazio, un altro tema, la replica del prof. Paolo Rossi al pontefice sulla questione di Bacone come teorico della perniciosa «fede nel progresso»: è pubblicata nel supplemento domenicale odierno della cultura nel «Sole-24 Ore». Rossi dimostra che le considerazioni papali non sono «accettabili» proprio in base ai testi di Bacone.

    (Sul rapporto teologia-scienza, merita di essere riportato questo pensiero di Anna Rosa Balducci: «Qualunque discorso sulla scienza dovrebbe stare dentro un ospedale per lungodegenti, almeno un mese, prima di essere pronunciato».)

     

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    anti_bug_fck

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    Poltiglia e furbizie

    di antoniomontanari (08/12/2007 - 19:11)

    Chiti_3 Onorevole Vannino Chiti, lei ha promesso di far cancellare la cosiddetta norma «anti-omofobia» nel decreto legge sulla sicurezza, perché «fa riferimento al Trattato di Amsterdam in un modo che si presta ad equivoci».
    Il Trattato di Amsterdam all’articolo 13 rende gli Stati liberi di «prendere provvedimenti opportuni per combattere le discriminazioni sul sesso, la razza o l’origine etnica, le religioni o le tendenze sessuali».
    Quella norma non è «anti-omofobia», è contro le discriminazioni di qualsiasi tipo che esistono (eccome) nel tessuto sociale di molte regioni italiane, così come una volta si potevano leggere cartelli tipo «Non si affitta a meridionali».

    Quella norma c’è pero già nella nostra Costituzione, art. 3, primo comma. Ma nessuno se ne ricorda: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali».
    Dunque ci dobbiamo aspettare un prossimo passo di tipo costituzionale, con la revisione di quell’articolo e di quel comma?

    Suvvia, signori del Parlamento, non riduciamo i discorsi seri a motivi di bagarre elettorale, anzi pre-elettorale. Si vuol far cadere il governo Prodi, si vuole una nuova convocazione alle urne, ci si adopera nel progetto del grande centro nella speranza che i portavoce dell’integralismo riescano ad imporre un governo “moderato” senza Berlusconi.
    Va bene, è più che lecito, legittimo, quasi ovvio, forse inevitabile, anzi sicuramente certo, etc.
    Ma per favore non spacciate per norma «anti-omofobia» una regola di civiltà che riguarda tutti i comportamenti.

    Ma poi, vorrei sapere, che cos’è tutta questa fobia dell’anti-fobia? Non ci sono più gli psicanalisti di una volta, a spiegarcelo…
    Binetti01g A proposito. La senatrice Paola Binetti, ha parlato addirittura di uno strangolamento delle coscienze tramite quella norma. Inquietante.

    L’«Avvenire» di stamani è stata sincera ma altrettanto allarmante (per sua ammissione): «Il primo allarme scaturisce dal tentativo pervicacemente condotto di equiparare le tendenze sessuali alle differenze naturali, ad esempio di sesso e di etnia, elevando le prime ad una 'qualità' antropologica che non hanno e non possono avere, e ciò nell’interesse di tutti, in primo luogo delle persone omosessuali. C’è qui una sorta di 'fissazione' in base alla quale la personalità di ciascuno sarebbe determinata non solo e non tanto da quello che egli «è», ma piuttosto dalle pulsioni sessuali che eventualmente decide di assecondare. S’insiste sulla presunta necessità di porre un freno all’«omofobia», ma si arriva a sospettare persino della difesa del matrimonio monogamico quasi che fosse in se stesso un delitto di lesa maestà».
    (Articolo esemplare per impostazione e svolgimento: si parte da un episodio particolare e si ipotizza una catastrofe generale della morale… come all’epoca della legge su divorzio.)

     

    Condivido quanto scritto stamani sulla «Stampa» da Franco Garelli: «La vera sfida che attende anche i politici credenti è quella del pluralismo, della capacità di affermare e di "concretizzare" i grandi valori in un contesto in cui si vivono condizioni e orientamenti diversi, ove più nulla è dato per scontato. Ogni area culturale è chiamata a dare il proprio contributo progettuale per arricchire e dar risposte alle diverse situazioni e promuovere più larghe convergenze».

     

    Senza pluralismo non c'è democrazia. E se non c'è democrazia né Chiesa né religione possono dignitosamente agire senza compromessi.

     

    Il sociologo prof. Giuseppe De Rita nel consueto rapporto del Censis (creando ogni anno una formula efficace per fare il ritratto dell’Italia), ha presentato per il 2007 l’immagine della «poltiglia».
    Dario Di Vico sul «Corriere della Sera», al proposito ha parlato di una società politica a cui mancano i contenuti e che attinge ai manuali di marketing.
    Sullo stesso giornale, a proposito del caso-Forleo, Piero Ostellino ha scritto che in Italia il potere è detenuto dalla banche e che il magistrato in questione non ha usato «le cautele, le furbizie e le opportune ambiguità della politica».

    Mi sembra che il caso della norma che lei on. Chiti ha promesso di cancellare, rientri in questo quadro deprimente della poltiglia, della politica che attinge ai manuali di marketing, e che si caratterizza per «le cautele, le furbizie e le opportune ambiguità» di cui ha scritto Ostellino.
    Pensi ad una città che lei ben conosce, Firenze, ed a che cosa è successo alla Società Dante Alighieri. Glielo spiega il prof. Emilio Pasquini: «Una cordata di politici e di presunti studiosi mi ha defenestrato con un colpo di mano per nominare un nuovo consiglio direttivo ed un nuovo presidente» (il vecchio era ovviamente lui).

    Il prof. Pasquini ha spiegato il problema apertis verbis non essendo un politico.
    Noi ne ricaviamo l’amara constatazione che nemmeno padre Dante ed i suoi studiosi sono lasciati in pace da queste cordate di uomini appartenenti ai partiti e che sponsorizzano «presunti studiosi».
    Ostellino ha citato una frase di Hobbes: «Auctoritas, non veritas, facit legem».

    Che la denuncia di questi vezzi e vizi provenga dalla colonne del maggior quotidiano conservatore del nostro Paese, la dice lunga sull’imbarbarimento in cui siamo stati ridotti, immersi in quella «poltiglia» che la decenza ci impedisce di chiamare con il suo vero nome, uscendo dal seminato scientifico del Censis ed entrando nell’umile linguaggio che anche Dante usa: Inferno, XVIII, 116. Trovare per leggere…

    Fonte
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    Archivio Dicembre 2007