La felicità secondo Eugenio Scalfari
Verso le grandi penne che ho frequentato, nutro affetto e simpatia. Tra loro, c'è Eugenio Scalfari, il fondatore di «Repubblica», alle cui letture di mezzo secolo fa, quando egli era all'«Espresso» ed io un ragazzino chiuso nel provinciale umanesimo scolastico del tempo, debbo l'insegnamento di regole e vizi della economia. I suoi scritti mi sono serviti a comprendere meglio i problemi storici e quelli di attualità anche negli anni successivi.
Le sue articolesse domenicali sono una specie di laica «predica» (prendo in prestito il termine dalla celebri «Prediche inutili» di Luigi Einaudi).
Su «Repubblica» di oggi, è apparsa una sua «Breve lezione sulla felicità».
Magister Scalfari da tempo scrive di filosofia, ed il pezzo di oggi s'inserisce su questo filone. La filosofia, diceva molto concretamente mia nonna Lucia, è quella cosa con la quale e senza la quale il mondo resta tale e quale. Scalfari dimostra invece che la "sua" filosofia è quella cosa la quale riduce tutto al tentativo di dar bacchettate sulle mani a chi gli càpita a tiro.
Il fondo di stamani ne è un esempio lampante.
In breve. Scalfari ha fatto un parallelismo tra la ricerca della felicità in Silvio Berlusconi ed in Clementina Forleo. Il cavaliere si sente felice dopo un bagno di folla. Il gip milanese, per essere tale, ha dovuto esagerare: «L'irruenza del giudizio che ha anticipato un'incriminazione [...] non ha altra motivazione che una ricerca maggiore di felicità».
Allora, caro Magister Scalfari, anche lei come autore di fondi e di saggi, ha ieri cercato la sua «ricerca maggiore di felicità» non nell'ovvio richiamo al signore di Arcore, ma nel tirare in ballo un atto giudiziario sul quale dice di non volere entrare nel merito non avendone «né titolo né voglia».
Troppo snob, caro maestro, questo non aver voglia di discutere di un argomento che passa per la finestra e non per la porta principale, quando poi lei conclude appunto che quell'atto non è servito per una ricerca di «maggiore» giustizia (che dovrebbe essere unico scopo di un giudice), ma di una «maggiore felicità».
La quale è uno stato d'animo molto vago, come dimostra il fatto che qualcuno per essere felice prende a schiaffi il prossimo. Mi sembra, scusi l'ardire, proprio il suo caso del fondo di oggi, domenica 29 luglio 2007.
Politica bollente
Due signore promettono un'estate calda al mondo della politica italiana. La prima è un magistrato, il gip di Milano Clementina Forleo.
La notizia è di queste ultime ore. Secondo Clementina Forleo, i politici intercettati nell’ambito dell’inchiesta in corso a Milano sui tentativi di scalata ad Antonveneta, Bnl e Rcs «all’evidenza appaiono non passivi ricettori di informazioni pur penalmente rilevanti, né personaggi animati da sana tifoseria per opposte forze in campo, ma consapevoli complici di un disegno criminoso di ampia portata».
La seconda signora è Rosy Bindi. Lasciamo alla Giustizia di fare il suo corso, non senza il timore che possa essere come al solito una strada in salita, e restiamo soltanto in compagnia della sfidante al sindaco di Roma Walter Veltroni nella corsa a segretario del futuro Partito democratico.
Ieri Rosy Bindi ha surriscaldato il clima con una dichiarazione rivoluzionaria: «C'è bisogno di una gara di idee».
Come a dire che non bastano le belle facce e le buone intenzioni per fare un partito, ma ci vogliono appunto «idee» (possibilmente nuove, e non riciclate).
La gran discussione sul «sogno americano» svoltasi nei giorni scorsi, mettendo a confronto Veltroni con un altro candidato, Furio Colombo, ha dimostrato come i nostri politici siano bravi a menar il can per l'aia, tentando di parlare di tutte altre cose rispetto a quelle che sono necessarie e fondamentali nella vita del nostro Paese.
Anzitutto non è possibile fare il confronto tra le primarie degli Usa (dove esse sono una tradizione) e quelle nostrane, dove appaiono una specie di tradimento: «Ma come, mi candido io, e vuoi candidarti pure tu: ma che ti ho fatto di male?».
Volevo parlare giorni fa del «sogno americano» della mia giovinezza, dopo la trasmissione di Corrado Augias sulla vedova di JFK.
Nella mia scrivania 45 anni fa avevo sottovetro una foto gigantesca della bella famiglia di JFK, ritagliata dall'«Espresso» di Arrigo Benedetti, quello formato lenzuolo. Guardavamo all'America, noi che non tenevamo gli occhi chiusi e rivolti all'Urss od alla Cina. Poi venne il Viet-Nam, poi vennero le rivelazioni sulla famiglia di JFK, sui loro affari, sulle loro storie losche...
La fine del nostro «sogno americano» fu l'uscita da una giovinezza che vide poi sorgere in Italia altri giorni duri, terribili.
La signora Bindi quando invoca «una gara di idee», sottolinea la necessità di scrivere un copione nuovo, non l'imitazione di altre realtà o di altri modelli.
Ha ragione Lucia Annunziata che nella «risposta» di stamani scrive sulla «Stampa»: «Nell'arena sempre crudele della politica italiana si sta avvelenando un atto che dovrebbe essere solo la naturale espressione di una gara».
Ha ragione pure Concita De Gregorio che su «Repubblica» spiega: la candidatura di Rosy Bondi è «anti-apparati, anti-burocrazia, anti-alchimie di potere».
Per questo osservavo all'inizio che Rosy Bindi ha ieri surriscaldato il clima politico nazionale. Da poche ore è intervenuto il fatto nuovo dell'inchiesta milanese che metterà scompiglio nel centro-sinistra: politici non tifosi ma complici.
Viva l'Italia
L'Italia dei furbi che invocano Gustavo Selva di non andarsene dal Senato, di ritirare le dimissioni presentate dopo il finto malore usato per correre in ambulanza in uno studio televisivo, nel giorno della visita di Bush a Roma.
Viva l'Italia! L'Italia di Gustavo Selva che dice ai colleghi del Senato: «Lo faccio per voi, per non imbarazzarvi. Se mi assolvete, ci danno della casta...».
Meglio vivere nella casta che essere casti, meglio furbi che dimissionati. Viva l'Italia che trova anche la forza di usare l'ironia applicata alla storia. A Roma 64 anni fa, ha detto Selva, ci fu un'altra ambulanza che divenne famosa: quella con Benito Mussolini, arrestato dopo il voto del Gran consiglio del fascismo del 25 luglio 1943.
Viva quest'Italia, senatore Selva che non sa distinguere il dramma dalla farsa.
Giovinezze
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Gad Lerner su «Repubblica» di stamani ha composto un editoriale che, a chi ha 65 anni come il sottoscritto, desta una certa preoccupazione. Detto in breve, ma molto in breve, sembra che tutti i mali della società attuale e futura (per i prossimi due decenni come minimo) dipendano dall'esistenza e circolazione dei «vecchi». Che sono troppi, e costano e costeranno sempre più al resto del popolo italiano. |
Latinorum
Messa in latino. Forse sarebbe il caso di dire che si torna al "latinorum" temuto da Lorenzo Tramaglino, detto Renzo, nel secondo capitolo dei «Promessi sposi» di Alessandro Manzoni. «Che vuol ch'io faccia del suo latinorum?» dice il povero Renzo a don Abbondio il quale risponde: «Dunque, se non sapete le cose, abbiate pazienza, e rimettetevi a chi le sa».
C'è un altro celebre passo del romanzo manzoniano in cui il latino non serve a comunicare ma a tappare la bocca.
C'è padre Cristoforo che lo usa per mettere a tacere fra Fazio. Siamo al capitolo ottavo.
Fra Fazio obietta sull'arrivo di Lucia in convento: «...ma padre, padre! di notte... in chiesa... con donne... chiudere... la regola... ma padre!». E fra Cristoforo chiude il discorso con quell' «Omnia munda mundis» («Tutto è puro per i puri»), «dimenticando che questo [fra Fazio, appunto] non intendeva il latino. Ma una tale dimenticanza fu appunto quella che fece l'effetto», ironizza Manzoni...
Ecco davanti alla ripristinata messa in latino, vengono tutti questi dubbi suggeriti da un'onesta coscienza cattolica come quella di Manzoni.
Forse siamo soltanto davanti ad una messinscena che accontenterà pochi dotti, e rovinerà decenni di ecumenismo.
Dato che un novello don Abbondio potrebbe obiettarmi (a ragione) «Dunque, se non sapete le cose, abbiate pazienza, e rimettetevi a chi le sa», mi rifaccio con una citazione dello scritto di uno che se ne intende, padre Enzo Bianchi che su «la repubblica» di oggi 8 luglio 2007 fa acute osservazioni.
Al papa che sostiene «un uso duplice dell'unico e medesimo rito», Bianchi obietta: che «non si possono tacere le differenze». Con il messale di Pio V, si pregherà per «eretici e scismatici perché il Signore li strappi da tutti i loro errori» mentre per gli ebrei si userà l'espressione «popolo accecato».
Da sempre la forma è sostanza. Questo doppio messale, con un Dio invocato in latino contro gli errori degli scismatici e gli accecamenti degli ebrei, è una messinscena che fa paura a chi come me, soltanto per l'età, ha visto i mille, faticosi sforzi per creare una concezione ecumenica che dimenticasse gli odi fraterni. Non per nulla Giovanni Paolo II chiese scusa per gli errori compiuti dalla Chiesa di Roma, fra i quali ci sono appunti i roghi contro eretici e scismatici e gli odi contro i «fratelli maggiori» ovvero gli ebrei.
Tutto questo sembra essere dimenticato nella «gioia» del ritorno del messale latino che vediamo proclamata sia a Roma sia nelle 'parrocchie' lefevriane.
Due volti, una faccia
Isabelle Dinoire, la prima persona al mondo con il viso trapiantato, dichiara: «Non sono più io, parte di me se n'è andata per sempre».
Non è soltanto nel nome il nostro destino, ma anche nella nostra faccia? Sembrerebbe di sì.
La storia di Isabelle Dinoire riguarda la chirurgia, la psicologia e forse tante altre discipline dello scibile umano.
Essa ci offre anche lo spunto per una divagazione. Isabelle Dinoire è passata alla storia come «la donna che ha avuto due volti».
Ma quante sono le persone che ci circondano, con le quali abbiamo contatti ogni giorno, che non «hanno avuto» ma «hanno» sempre «due volti»?
La catena è lunga: si va dagli ipocriti di professione agli spioni per diletto. E si passa per i doppiogiochisti a tempo perso e senza alcuno scopo, soltanto perché così è la loro natura, e non sai mai, quando ti parlano, che cosa vogliano dire veramente. Se le parole pronunciate od il loro contrario.
La realtà, ahinoi, è più simile all'ipotesi pirandelliana del non sapere chi siamo, che alle certezze dogmatiche della teologia.
Auguri alla signora Isabelle Dinoire, che possa ritrovare se stessa, cercando di recuperare nella memoria quella parte di sé annullata dalla chirurgia.
Ed auguri a noi tutti di poter incontrare soltanto persone sane, non bisognose di chirurgo estetico per gravi motivi, e capaci di mostrarci sempre e soltanto una faccia, quella vera. Insomma delle persone oneste. Lasciate a noi ingenui, come direbbe il grande Gram(ellini), questa debole speranza. Di avere davanti delle facce sempre uguali e non dei voltafaccia.











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