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    Archivio Ottobre 2006

    La jella per diritto...

    di antoniomontanari (26/10/2006 - 19:06)

    È ufficiale, la jella esiste, non è un reato minacciarla (augurando il male ad una persona), ma lo diventa se poi quel male succede. Lo dice una sentenza della Cassazione.

    Il problema è semplice (me lo suggerisce argutamente mia moglie): e se al Tizio a cui è stata minacciata la jella, succede poi qualcosa, la colpa è di chi ha pronunciato le parole minacciose?

    Dunque, a questo punto, deve intervenire il Legislatore a stabilire eventuali connessioni di fatto e di diritto fra chi fa lo jettatore anche non di professione, e chi potrebbe rimanere vittima di una vicenda non legata agli auspici dello jettatore. Ed indipendente dalla volontà di costui.
    Anche lo jettatore deve godere di presunzione d'innocenza, pure se come quel personaggio pirandelliano ambisce alla «patente» di portare jella al prossimo.
    Fra codici e pandette si trova qualcosa che ipotizzi avvenimenti negativi per pura coincidenza con la minaccia proferita da qualcuno?

    Su «Repubblica» di stamani, Elsa Vinci ha fatto una bella citazione da Alessandro Dumas. Lo jettatore di solito è magro e pallido, con il naso ricurvo e occhi grandi da rospo.
    Da giovane ero bello robusto (oltre il quintale), colorito roseo, naso ricurvo ed occhi piccoli.
    Invecchiando e dimagrendo, adesso sono magro e pallido, con il naso ricurvo e occhi grandi da rospo.
    Dumas mi suggerisce di tentare un esperimento.

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    Orvieto, tutti assieme appassionatamente

    di antoniomontanari (09/10/2006 - 18:48)

    I due giorni di sciopero dell'informazione ci hanno garantito una visione ottimistica del seminario per il Partito democratico. La ricomparsa dei quotidiani ci ha riportato alla consueta realtà. Ad Orvieto non era cambiato nulla.

    Non so se ricordiate quei problemi che davano una volta alle elementari. Prodi direbbe che non si può rispondere alla domanda se prima non si precisa di che si tratti. Berlusconi spiegherebbe che per lui non esiste il problema dei problemi, perché è abituato a risolverli tutti, anche quelli che non sappiamo di che tipo siano, perché lui ricorre ai sondaggi e ciò è già di per sé un problema che non ammette soluzione diversa da quella che lui stesso ha in testa. Ovvero se io penso, pensa Berlusconi, che gli italiani in maggioranza (56%) sono ancora con me, anche gli altri la debbono pensare con me, perché se non lo pensano questo è il vero problema.

    Comunque il problema delle elementari di una volta è questo. Data una vasca di 50 metri cubi e dato un rubinetto che vi versa 2,5 metri cubi all'ora, quanto tempo deve passare prima che la stanza in cui si trova la vasca si allaghi completamente?

    Ad Orvieto è stato formulato un problema che ridotto all'osso suona così: data la presenza di 120 persone, e data la possibilità che venti persone non sappiano offrire suggerimenti, e che le altre cento ne offrano ciascuna uno e mezzo, quanti suggerimenti alla fine si raccolgono in media per non mettersi d'accordo? La risposta ve la forniamo direttamente noi. Ogni persona presente usufruiva di 1,25 suggerimenti offerti dal seminario. Ammesso che per arrivare ad una ipotesi di decisione occorresse come minimo essere a quota uno o sotto di essa, Orvieto ha dimostrato che per colpa di quello zero virgola 25 non si poteva arrivare a nessun accordo.

    Nella piccola quota dopo la virgola si sono inserite opinioni illustri ma non per questo meno traumatizzanti. Da quella di D'Alema («Non si fa nascere un partito nuovo in un gazebo»), ovviamente espressa come richiamo alla necessità di un confortevole grand hotel; a quella di un sottosegretario (Gigi Meduri) sostenitore della teoria che i vecchi partiti non si possono far sciogliere nell'acido muriatico. Gavino Angius si è schierato per il silenzio: «È meglio che non si sappia quello che penso».

    De Mita, noto filosofo della Magna Grecia, ha chiuso con solennità: «Un partito si fa con gli atti di governo che compie». Prodi ha chiesto: ma quale governo?

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    Finanziaria

    di antoniomontanari (01/10/2006 - 18:33)

    Pure Gianni Morandi non è più lui. Gli autori del suo spettacolo tivù gli hanno imposto un cambiamento assurdo. Da sempre era il ragazzo di Monghidoro che aveva chiesto alle coetanee di farsi mandare dalle mamme a prendere il latte. Ora è diventato la brutta copia del ragazzo della via Gluck.

    Come Celentano pure lui l'ha buttata in politica. Si è presentato con un'aria spaesata che contrastava con il copione da recitare. Gli hanno inventato una parte che cominciava dicendo che anche lui sarebbe «sceso in campo» perché sa cantare come Berlusconi e corre come Prodi. Già questo doppio gemellaggio avrebbe dovuto consigliare i suoi collaboratori a lasciar perdere.

    Gli italiani hanno le tasche piene di «questa» politica. Di Berlusconi per motivi che conoscono bene anche i suoi sostenitori. Aldilà delle canzonette duettate con Apicella, c'è stato molto fumo e poco arrosto. Glielo ha detto con grazia Giuliano Ferrara dal «Foglio», glielo ha gridato inutilmente Vittorio Feltri da «Libero», glielo ha suggerito con cautela Paolo Guzzanti dal «Giornale» che è cosa loro, nel senso che appartiene alla famiglia di Arcore.

    Prodi ha vinto la maratona delle elezioni primarie con quattro e passa milioni di voti. Dopo di che ha fatto del suo meglio per perdere consensi alle politiche dove quel risicato margine di 23 mila schede gli è stato rimproverato dall'opposizione, incapace di vedere (anzi di prevedere) che il professore avrebbe fatto del suo meglio per offrire agli avversari grande quantità di argomentazioni a proprio sfavore, come è successo dal viaggio in Cina al ritorno alle Camere.
    Pensate se anche gli autori che circondano Prodi tentassero di trasformarlo in una pallida imitazione di quel Celentano che sembra esser diventato il metro di paragone di tutto. Al punto che la gente molte volte, assistendo a discussioni poco convincenti, s'interroga: gli argomenti di fondo sono forniti dal capo dello storico Clan o da Maurizio Costanzo Sciò?

    Avremmo un Prodi alla Gianni Morandi che imita Celentano. Altro che Romano, sarebbe un Romagnolo per via degli accenti. E nella sostanza ripeterebbe quello che ha già mostrato a Pechino, con quel «Ma siamo matti?» detto a chi gli chiedeva se fosse andato in Parlamento a parlare del caso Telecom, non sapendo che avrebbe poi dovuto fare retromarcia. Questo Prodi celentanizzato spiegherebbe che anziché di 24 mila baci (eccessivi per la finanziaria) si accontenterebbe di alcune carezze.

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