Strane alchimie
L'Italia, con angosciante chiarezza ha confidato a qualcuno la moglie del capo del nostro governo, è il Paese che tutto giustifica e tutto concede "per una strana alchimia" che impedisce stupore e scandalo.Un Paese (aggiungo) che non stupisce, perché ha allevato sempre gli Arlecchini servi di due padroni. Si è retto sulle indulgenze plenarie. Si è giustificato accusando le vittime di non aver anticipato con una mossa furba l'azione dei violenti che le hanno colpite.
E' un Paese in cui il mito ha alimentato l'educazione, a partire dal Balilla mussoliniano sino ai "pioneri" del pci.
Il mito al posto del "dubbio" metodico che avrebbe dovuto suggerire ai potenti di turno di diffidare del loro stesso potere. Non per timore di perdere la poltrona, ma per quello di fare la figura dei fessi davanti allo specchio, la sera prima di andare a letto. Nel silenzio di un esame di coscienza ingrato ma inevitabile.
Oggi certe uscite mentali abusivamente definite pensieri, sono usate negli spettacoli televisivi per riempire i programmi. Sono spacciate per cose originali, piene di significato.
Ahinoi, spesso e volentieri sono soltanto certificati di appartenenza alla banda che gestisce il potere.
Si diceva una volta contro certi tipi da sottogoverno, che per mangiare al tavolo di quel potere, bisogna almeno sapere tener in mano le posate.
Oggi siamo non scesi in basso ma saliti al vertice della sincerità estrema. Tanto gratuita da renderla innocua ma persino troppo banale. E quando una verità è banale, è la sua negazione, la sua condanna: diventa la cartina di tornasole che la stupidità si fa regola, perché manca l'intelligenza di saper costruire qualcosa di positivo.
E tutto ciò avviene anche grazie a quella "strana alchimia" che la consorte del nostro capo di governo, denuncia per annunciare che intende divorziare da un marito che accusa con gli intimi di "frequentare le minorenni". Stando alla "vulgata" apparsa stamani su "Repubblica" per firma di Dario Cresto Dina.
Miriam Bartolini spiega che appunto "per una strana alchimia" all'imperatore suo marito tutto è permesso.
Lo dice con un disgusto che avvilisce non per colpa sua, ma per il contesto in cui quell'affermazione cala pesante come la lama di una ghigliottina.
Ne vedremo gli effetti. E tra qualche decennio gli storici potranno raccontare qualcosa che rassomiglia a dei drammi per il momento vissuti come commedia. E non soltanto per colpa del marito della signora Bartolini.
Non è squallido mai il peccato, come lo disegnano i moralisti, pronti a tutto poi per giustificare quello personale.
E' squallido il modo di vivere dei potenti, come se dagli altri fosse loro tutto dovuto ("credere, obbedire, combattere").
La signora Bartolini non per nulla usa il termine "imperatore" non tanto per offendere il consorte quanto per deridere la folla di consiglieri che lo circonda.
Ma che dicono i moralisti di governo adesso che il dissenso si sviluppa pure in famiglia? Non cambiano registro, offendono la signora Bartolini, le dicono che anche lei è stata un'attricetta semisvestita, in arte Veronica Lario. Come se fosse un'esponente dell'opposizione da far arrossire nel salotto di Bruno Vespa.
Quasi fosse una di quelle signore antigovernative che abitano il Parlamento e sono pure malvestite e maleodoranti. Come le ha chiamate il signor Berlusconi, per difendere le colleghe eleganti e profumate del suo partito. Dopo essere stato costretto dalla consorte a cancellare le "veline" vagamente discinte dalle liste per le elezioni europee.
I cortigiani del potere, di ogni potere, non soltanto di quello dell'imperatore di Arcore, sono come quel padre teatino di Modena di cui si legge in un passo del bellissimo libro di Paolo Lombardi ("Streghe, spettri e lupi mannari"), che riprende "le sagaci ricerche di Giovanni Romeo" (p. 101).
Quel teatino, Geminiano Mazzoni, nel 1610 "finì sotto processo per aver tentato di esorcizzare alcune monache attraverso la manipolazione dei loro genitali".
L'operazione è ripetuta oggi, per esorcizzare la Sinistra: la manipolazione avviene, e lo dice a tutti non un avversario del capo del governo, ma la sua (ancora per poco) consorte.
Costretta infine a confidare che inutilmente ha "cercato di aiutare" il marito, implorando "coloro che gli stanno accanto di fare altrettanto, come si farebbe con una persona che non sta bene".
Ma quei consiglieri dell'imperatore di Arcore non hanno potuto far altro che recitare l'eterna parte di suggeritori di consenso, perché le vie dell'inferno si aprono con la porta del dissenso. Mica con le parole di una diciottenne qualsiasi, ma capace di far infuriare la moglie del primo ministro. Umiliata dagli amici di Arcore, a testimonianza che ormai la Politica in Italia è soltanto un abuso mentale. Pericoloso al punto che appunto se ne deve fare a meno, se a far crollare certi muri del Palazzo sono le liti casalinghe, per quanto dignitose ed inevitabili. Ma come diceva qualcuno in passato, le astuzie della Storia non finiscono mai.
In archivio, in questo blog:
31.03.2007, "Dignità è donna. In politica".
04.10.2007, Veronica, Veltroni e Silvio: e quella lettera a Scalfari del 31 gennaio... («Ora scrivo per esprimere la mia reazione alle affermazioni svolte da mio marito nel corso della cena di gala che ha seguito la consegna dei Telegatti, dove, rivolgendosi ad alcune delle signore presenti, si è lasciato andare a considerazioni per me inaccettabili: " ... se non fossi già sposato la sposerei subito" "con te andrei ovunque"»09.05.2008, «... la signora Veronica Lario in Berlusconi ha giustificato la sua assenza dalle cerimonie pubbliche con una di quelle frecciate al curaro che prima o poi producono il loro effetto micidiale: le mogli debbono restare "tranquillamente nell'ombra". Aggiungendo: "Mio marito può portare sotto i riflettori della politica la Brambilla".»
09.08.2008, "Col seno di poi": «Sul "Corsera" Maria Latella che bene conosce Veronica Lario (a cui nel 2004 ha dedicato una biografia "autorizzata", "Tendenza Veronica"), attribuisce a quest'ultima una battuta pungente al punto da apparire autoconsolatoria. Il cavaliere ha indispettito varie volte la consorte. Il farsi ritrarre felice assieme a lei può aver rattristato, secondo la signora Lario, quanti speravano in un loro divorzio. Proprio la presenza insolita della signora Lario sulla scena dell'attualità, induce Maria Latella a scrivere che se "la casalinga di Macherio" ha lasciato il suo eremo, "una qualche sostanza ci dev'essere".»23.01.2009, "Veronica licenzia Veltroni".
05.03.2009, "Sorbona".
[03.05.2009, anno IV, post n. 121 (841), © by Antonio Montanari 2009. Mail.]
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Liberi muratori
L'idea geniale (parole di Italo Bocchino) venuta al capo del governo, è appunto questa: mettete dei soldi nei vostri mattoni.
Noi avevamo creduto che l'intervento del governo dovesse mirare a chi non ha né i soldi né i mattoni, ed ha perso il lavoro. Ci siamo sbagliati.
Sarà anche più facile gestire cantieri e fabbriche perché le norme sulla sicurezza sul lavoro diventano più elastiche. Una dichiarazione attribuita al "governo" sostiene: "Non è con il carcere che si innalzano i livelli di tutela".
All'insegna di questa temibile faciloneria dell'esecutivo, chissà quante ne vedremo nei prossimi giorni.
Da tanto tempo il ministro Tremonti ci affligge con il suo grido: "Ordine e regole". Ma ad esempio il falso in bilancio non è più reato dal 16 aprile 2002, (e quindi Berlusconi di recente è stato assolto al processo Sme...).
Berlusconi sta facendo il gioco delle tre carte. Per consolidare il potere dei liberi muratori, che non sono quelli che costruiscono le case ma quanti governano dalle logge. Le quali sono un altro tipo di edilizia facilitata. Dalla tessera P2 n. 625, dott. Silvio Berlusconi di Milano, residente a palazzo Chigi, Roma. In attesa di trasferimento al palazzo del Quirinale.
[21.03.2009, anno IV, post n. 85 (805), © by Antonio Montanari 2009. Mail]

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Parli alle Camere, presidente
Tutti uniti contro la crisi? L'auspicio di Napolitano val bene un discorso d'auguri. Ma per non restare nel limbo delle pie intenzioni, dovrebbe tramutarsi in un solenne e severo messaggio al parlamento (l'ho già auspicato).Dovrebbe convincere chi governa che non si definiscono coglioni (termine sacro all'eloquio di Berlusconi) quanti non hanno votato per il partito che ha vinto le elezioni.
Dovrebbe garantire il rispetto della Costituzione invece violata dal "lodo Alfano".
Altrimenti le pie intenzioni diventano retorica.
Dovrebbe insegnare all'opposizione che certezza della vita politica democratica è saper dibattere con fermezza le questioni. Veltroni ha compreso troppo tardi il problema.
Troppi "ladri di Pisa" (che litigavano di giorno e rubavano assieme di notte), ci sono sul mercato politico. Inteso troppo spesso come mercato delle vacche per fottere il cittadino qualunque.
Presidente Napolitano, non chiuda il discorso del Capodanno in un cassetto. Lo invii anche ai signori del parlamento.
[01.01.2009, anno IV, post n. 1 (721), © by Antonio Montanari 2009]
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Auguri
Avevo pensato al "Cafonal" come nome d'un farmaco per combattere certi fenomeni di italica inciviltà. Adesso vedo che così è stato battezzato un libro fotografico. I volumi passano, i problemi restano. Anzi peggiorano. Quale medicina ci vorrebbe per curare le Giustizia nostrana?"Che ne sarà dei diritti dei più deboli, dei meno protetti, dei disgraziati come noi?". Se lo è chiesto Giuseppe D'Avanzo su "Repubblica" di domenica 7 dicembre 2008.
La risposta arriva oggi da Bologna: 70 mila processi in quella città sono stati cancellati per prescrizione e carenze d'organico (dalle pagine felsinee dello stesso quotidiano).
La risposta io l'ho già data qui, in una pagina in cui concludevo, autobiograficamente, che oggi in Italia "chi è orfano di protezione può essere offeso impunemente".
Da qualche tempo le cose della Giustizia vanno di male in peggio. In questo paese di Azzeccagarbugli, le due classi nobili della Giustizia, magistrati ed avvocati, si passano la palla.
Ho scritto: se dovessimo stilare una graduatoria della pericolosità sociale, gli avvocati rischierebbero di finire in testa a tutti, anche a quelli che difendono.
Scambiamoci gli auguri per il 2009. Ma non illudiamoci. "Credete che sarà felice quest'anno nuovo?". Felice sì, forse per pochi fortunati. Ma per noi che, come dice D'Avanzo, apparteniamo alla categoria "dei disgraziati", che cosa cambierà in meglio in questo tristo Paese?
[09.12.2008, Anno III, post n. 337 (714), © by Antonio Montanari 2008]
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Veltronismi
Rischiamo il modello Putin, dice Walter Veltroni al "Corriere della Sera". Ma la colpa non è di Berlusconi, se tutto l'Occidente si trova nella stessa condizione, con una "organizzazione del potere che rischia di apparire autoritaria".Più cauto di così, Veltroni non poteva essere. Poco dopo però dichiara che in Italia non ci sono più "le condizioni minime, fisiologiche del confronto". Che comincia ad esserci un "pensiero unico". E che non spetta al dottor Bonaiuti dare patenti di democrazia...
Ma se siamo messi così male, Veltroni non avrebbe dovuto confondere la situazione italiana nel contesto europeo. Oltretutto sulla Gelmini che arriva a Cernobbio in elicottero, dà una notizia già smentita dall'interessata.
Veltroni dovrebbe cominciare a ragionare dalle conclusioni, sul "pensiero unico" e chiedersene le cause. Troverebbe che il contesto occidentale non c'entra nulla, e che la colpa è di colui per il quale il dottor Bonaiuti ci affligge dai telegiornali criticando qualsiasi opinione l'opposizione esprima sul governo.
A volte si vede benissimo che anche a Bonaiuti viene da ridere, per cui corre veloce a dare le sberle agli avversari. Aumentando la comicità dei tiggì.
Nelle frasi di Veltroni non poteva mancare il richiamo agli Usa: "Guardiamo agli Stati Uniti dove Bush chiama ed i democratici rispondono".
Là dalla Casa Bianca chiamano l'opposizione perché il partito di governo (i repubblicani) non riesce a digerire la faccenda del sostegno di Stato alle finanze private, il piano Paulson. Negli Usa tacciono attoniti gli ideologi del liberismo, scrive Massimo Gaggi sullo stesso "Corriere". Dove Maria Laura Rodotà osserva: "Nessuno capisce niente di questa elezione anche per via della balcanizzazione dell'informazione".
Se sono messi male loro negli Usa, il nostro modello citato da Veltroni tre volte al giorno prima dei pasti, figurarsi la nostra povera Penisola. Che grazie al cielo non ha ancora avuto un personaggio come Sarah Palin, "tenuta lontana dai giornalisti" dopo che "le sue uniche tre interviste sono state penose", c'informa Rodotà. Una repubblicana, Katlheen Parker, ha scritto su "National Rewiew" che Sarah Palin è diventata un "imbarazzo" per McCain per la sua ignoranza in economia e politica estera. E l'ha invitata a ritirarsi, "forse spiegando che vuole dedicare più tempo al suo ultimo nato".
Veltroni potrebbe trasferirsi negli Usa dove ha comprato casa per la figliola mandata là a studiare.
Su Veltroni, un precedente post "Crisi bipartisan".
[28.09.2008, Anno III, post n. 295 (672), © by Antonio Montanari 2008]
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Lodo Alfano, anzi Collodi
Modesta proposta. In attesa che si pronunci la Corte costituzionale, al "lodo Alfano" cambiamogli nome, chiamiamolo "lodo Collodi". Indica meglio la sua natura. A chi l'ha proposto dovrebbe crescere il naso come a Pinocchio. L'art. 1 è uguale all'art. 1 comma 2 del "lodo Schifani" (2003) dichiarato incostituzionale dalla Suprema Corte nel 2004.Ieri sera a Milano il tribunale in cui è in corso una causa che vede come imputato Silvio Berlusconi, ha deciso di chiedere il parere della Corte costituzionale.
A richiamare l'attenzione della sentenza del 2004 relativa all'articolo del "lodo Schifani" travasato in quello di Alfano, è stato di recente il presidente emerito della stessa Corte costituzionale Antonio Baldassarre, in un'intervista al "Corriere della Sera".
Oggi il quotidiano di via Solferino dimentica quella intervista, anche se ricorda la sentenza del 2004. E riapre il discorso con due pareri opposti. A favore del "lodo Alfano" è un altro ex presidente, Alberto Capotosti. Contro, il costituzionalista Alessandro Pizzorusso. Ma la sentenza del 2004 dovrebbe tagliare la testa al toro.
Questo però non lo si può scrivere perché si aprirebbe un delicato problema di carattere politico ed istituzionale: come mai il Quirinale ha firmato il "lodo Alfano" nonostante la sentenza della Corte costituzionale del 2004?
Indirettamente alla domanda risponde Curzio Maltese nel supplemento libri di "Repubblica" recensendo "Bolzaneto" di Massimo Calandri: in Italia "la Costituzione è già morta e quasi nessuno se n'è accorto".
La vicenda del "lodo Alfano" copia-conforme dello Schifani, per il modo in cui è stata oscurata rientra tra quelle "solite litanie quotidiane" di cui parla stamani sulla "Stampa" Lucia Annunziata. E che impediscono di vedere i veri problemi.
Lo "scenario terrificante" di cui Lucia Annunziata parla a proposito degli Usa, ("un vuoto di potere al centro dello stesso potere mondiale"), potrebbe essere lo stesso su cui collocare la vicenda del "lodo Alfano", per i motivi indicati da Curzio Maltese: "la Costituzione è già morta e quasi nessuno se n'è accorto".
La responsabilità maggiore ricade sulle spalle dei politici o del "quarto potere" dell'informazione?
Un opinionista moderato e conservatore come Piero Ostellino nello stesso "Corriere della Sera" di oggi censura lo scandalismo che predomina in certi giornali che non amano le inchieste.
La vicenda del "lodo Alfano" non rientra nella categoria dello scandalismo o dell'inchiesta. Racconta le paure di un'informazione che teme di turbare gli attuali equilibri politici.
Speriamo che, in un giorno non lontano, si possa leggerne qualcosa sul tipo di quanto oggi sulla "Stampa" ci ha offerto Mattia Feltri con l'impeccabile ricostruzione della biografia politica di Luciano Violante.
Fonte foto: liberoblog.libero.it
[27.09.2008, Anno III, post n. 294 (671), © by Antonio Montanari 2008]
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Togliatti resta il migliore?
A San Mauro Pascoli hanno "processato" Palmiro Togliatti. Padre della democrazia o servo di Mosca? Il "Migliore" se l'è cavata per un pelo (quattro voti a favore e tre contrari), dopo le arringhe di accusa e difesa, e grazie ad una giuria "popolare" composta da un "industrial manager" (il presidente, Fabrizio Casadei), e sei giornalisti tutti di testate locali.Uno di questi giornalisti è soltanto esperto di questioni economiche, due altre colleghe sono ben ferrate in storia e politica, un altro dichiara nel suo sito tra i fatti memorabili della sua vita che è stato decorato del titolo di commendatore al merito della Repubblica da Silvio Berlusconi e di essere stato pure cantante-ballerino.
Riproduco il commento che un altro giornalista locale (non in giuria), Filippo Fabbri, ha composto nel suo blog: "Decisamente noioso il Processo a Togliatti. Ravvivato dal colpo di coda dell'assoluzione finale. Guardando la giuria, un mezzo miracolo. Certo che sarebbe stato un bel colpo: Togliatti condannato a casa propria. Intendendo per casa la Romagna Rossa e non certo le sue origini anagrafiche. Personalmente avrei optato per l'assoluzione".
In un paese come l'Italia in cui si fa fatica a far giustizia con i vivi, figuriamoci se è "facile" gestirla nei confronti di trapassati illustri come Togliatti. Il comunismo (anche) in Italia non è mai stato soltanto un fatto politico, ma soprattutto una "religione" neppure tanto laica.
Sarebbe curioso conoscere il pensiero segreto dei giurati sul comportamento avuto da Togliatti in Russia, quando i suoi connazionali antifascisti rifugiatisi nella patria del comunismo, subirono una tragica fine. Oppure non ne sapevano nulla?
Togliatti, ha scritto Enrico Nistri, "avallò la deportazione in Siberia di antifascisti italiani ritenuti da Stalin 'deviazionisti' o giustificò con argomentazioni paludate di hegelismo d’accatto il trattamento inumano dei nostri prigionieri in Russia".
Un "processo" divenuto spettacolo con troppi giurati "popolari" estranei alle tematiche storiche, resta un fatto "estivo", divertente o noioso che sia.
Sul tema, si può leggere questo interessante pezzo che esula dai fatti contingenti (il processo di San Mauro a Togliatti), ma pone una seria questione: che cosa significa giudicare un personaggio storico?
[Anno III, post n. 251 (628), © by Antonio Montanari 2008]
Col seno di poi
Nulla ci calerebbe della vita erotica o puramente sentimentale dei nostri leader politici, se non fosse per via della solfa che essi fanno in difesa del modello cristiano della famiglia, quando a buon diritto sono palesemente libertini e poligami, secondo quel modello.Ad altrettanto buon diritto, dovrebbe essere lasciata pure agli altri la stessa possibilità di scelta che essi hanno operato con quelle piccole garanzie per le "coppie di fatto" che scandalizzano lorsignori. Fermo restando il dato che il sottoscritto ha seguìto il modello cristiano, senza pentimento alcuno, ma anzi sempre più convinto che esso possa in moltissime situazioni essere un'ancora di salvezza ben salda. Ma ciò non significa che poi agli altri non debba essere lasciata ogni libertà laicamente e legalmente intesa.
Nulla dunque ci interesserebbe delle recenti foto che ritraggono il nostro premier con relativa attuale consorte, se non fossimo costretti a riflessioni non superficiali da quanto sopra di esse scrivono i giornali.
Dove l'interpretazione politica ovviamente prevale sul puro pettegolezzo inteso come divagazione da chiacchiera estiva tanto per passare il tempo.
Sul "Corsera" Maria Latella che bene conosce Veronica Lario (a cui nel 2004 ha dedicato una biografia "autorizzata", "Tendenza Veronica"), attribuisce a quest'ultima una battuta pungente al punto da apparire autoconsolatoria. Il cavaliere ha indispettito varie volte la consorte. Il farsi ritrarre felice assieme a lei può aver rattristato, secondo la signora Lario, quanti speravano in un loro divorzio.
Da usare come arma politica, aggiungiamo, allo stesso modo con cui è stata utilizzata la presenza di questi libertini bigami in piazza San Pietro per la difesa dell'ideale cristiano di famiglia.
Proprio la presenza insolita della signora Lario sulla scena dell'attualità, induce Maria Latella a scrivere che se "la casalinga di Macherio" ha lasciato il suo eremo, "una qualche sostanza ci dev'essere".
Nel settimanale femminile allegato al "Corsera" odierno, Guia Soncini offre un'interpretazione inizialmente in linea con quella di Maria Latella, ma con conclusioni opposte.
Le "foto di Portofino" di Veronica Lario offrono un'imperdonabile criniera al vento, tessuti lucidi peggio di quelli delle ballerine di Drive-In, la scollatura "scesa", scrive Gaia Soncini. Che in base a tutto ciò ritiene che la signora Lario abbia voluto esprimere "un boicottaggio politico del marito": "Il messaggio alla nazione suona qualcosa come: se non riesco a far star su il décolleté di mia moglie, figuriamoci il Paese".
Insomma, l'abito fa il monaco e fa pure la consorte del premier. Anzi dice dello stesso premier quello che nessuno oserebbe ammettere nel suo ambiente. Veronica Lario, dunque, per Gaia Soncini, è la "metafora del crollo di un sistema-Paese". Lo Stivale cede come il "balconcino" della signora del primo-ministro.
Crolla la spesa pubblica, cala la moneta circolante. Se anche uno sguardo levato in alto costringe ad abbassare gli occhi, allora cascano veramente le braghe, come dicevano una volta.
[Anno III, post n. 248 (625), © by Antonio Montanari 2008]
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Lo faccio apposta
Lo faccio apposta a non farmi capire dalle macchine, dai logaritmi e soprattutto dagli spacciatori di verità teologiche che sono tautologie.
Adesso mi piacerebbe vedere la faccia degli esperti di Wikio, i "documentalisti italiani ed europei" che ne sarebbero la colonna portante, davanti alla parola "tautologia" applicata alla struttura del mondo Web...
Quello che ho scritto sul problema delle catalogazioni, non era finalizzato a scovare i sistemi di scalata nelle classifiche. Mi diverto con poco, e so per vecchia pratica di mondo che molti sono i chiamati e pochi gli eletti...
Prego di prendere la mia affermazione in senso ironico. Cioè non come lamento ma come innocuo sfottò.
Una piccola divagazione. Ho notato un effetto negativo del web, la lettura veloce: per cui molti (ma non è il caso di questa tornata) prendono lucciole per lanterne. Condivido appieno la conclusione di Bourbaki: "Wikio non mi interessa un gran che, ma la cosa che mi fa sbarellare è quando typepad...". Ecco perché scrivevo tempo fa, parodiando Palazzeschi, "e lasciatemi divertire".
Rassicuro PogoStik, e lo ringrazio del consiglio: «"Fatemi capire" è un titolo che difficilmente un robot che legge decine di migliaia di post al giorno potrà capire per cui usate post un pochino più "giornalistici" tipo "classifica di wikio, fatemi capire"». Miro proprio a che il robot non mi capisca. E spiego il perché della mia filosofia.
Sono sul Web dal 1999. Qualche anno fa riportando un brano da un libro di storia sull'età fascista, dovetti citare anche il nome del capo della polizia di Mussolini, Arturo Bocchini. Un giorno un collega "giornalista" mi accusò di aver curato pagine web porno, soltanto perché (limitato dalla sua intelligenza esplosiva) aveva scoperto che il titolo del mio sito era stato linkato in un portale appunto porno. Con il rinvio a quella pagina dove era menzionato Arturo Bocchini.
Quel giorno il collega sbagliò a citare il titolo del mio sito. Stranamente questo errore suo l'ho poi ritrovato in atti giudiziari quando dovetti denunciare per diffamazione un legale che aveva accusato me di essere sottoposto a duplice indagine giudiziaria per diffamazione.
Vero niente, ma la coincidenza mi fece accertare, tramite quegli atti giudiziari, che il collega era stato poi alla base dell'altrui diffamazione.
Quindi a preoccuparmi o ad interessarmi non c'è questo o quel motore o distributore di medaglie informatiche, ma c'è stato in passato quel qualcuno che adesso è anche pagato per spiare quello che scrivo. Accadde l'anno scorso quando un personaggio altolocato mi inviò lettere di fuoco per smentire notizie mie personali (non pubblicate in questo sito della Stampa, ma in altro loco internettiano).
In quelle lettere di fuoco si dichiarava di aver appreso "per caso" da un amico... Sì è vero che l'informatore è un amico (nel senso anche da portale porno), che lui lo paga anche per lavorare, e che tra i lavoretti sporchi che gli fa fare c'è quello di spiare e di scrivere lettere anonime che poi compiacenti giornali pubblicano "senza vergogna" vincolati da contratti pubblicitari...
Accaduto contro il sottoscritto nel marzo 2007... sopra una questione storica del XV secolo che anche i muri delle biblioteche conoscono a memoria, ma che il "giovin signore" negava esistere per questioni che sarebbe troppo lungo spiegare.
A proposito di controlli, ho già raccontato che tre anni fa manomisero di notte la mia linea telefonica nella centralina posta ad un incrocio stradale...
Concludendo: se mi sentirete deridere questi sistemi di classificazione, lo faccio soltanto per divertirmi, sono un tipo allegro soprattutto se mi metto in testa di sfottere qualcuno con toni tanto seri che quel qualcuno casca dentro il tranello con allegria e felicità. Olè.
[Anno III, post n. 208 (585), © by Antonio Montanari 2008]
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Stella polare
Ha ragione Gian Antonio Stella, la scuola dovrebbe essere la stella polare della società.
Intervistato da Andrea Romano sulla "Stampa" di oggi, il giornalista e scrittore del "Corriere della Sera" analizza l'esito elettorale, partendo dalle premesse del suo lavoro di denuncia della "casta" politica.
"La casta" è il libro (un milione e 200 mila copie vendute) che ha scritto assieme a Sergio Rizzo, con il quale ha appena pubblicato "La deriva".
Ovviamente ad un successo editoriale ne deve seguire un altro, è la legge del mercato. Per cui dopo "La deriva" l'editore dovrà studiare un altro titolo (il materiale non manca), ad esempio "Indietro non si torna", oppure "Del doman non v'è certezza". Andrebbe bene persino "Fughe in avanti", oppure "Le ombre del passato". Tanto i lettori si abituano alle firme, non ai contenuti dei libri.
Saranno tutti successi, che lentamente anestetizeranno gli autori ed i lettori fino a che persino Stella e Rizzo dovranno svegliarli usando i sistemi dialettici alla Beppe Grillo. Gli auguriamo di cambiare strada prima di una siffatta esibizione (o resa) culturale.
Documentati ed attenti ai fenomeni, arguti ed intelligenti, i due autori raccolgono perizie su ciò che Benedetto Croce chiamava "il cadavere della Storia", ovvero la cronaca.
Oggi come oggi, a breve distanza da un risultato elettorale su cui si legge di tutto, e molto spesso di superficiale, un libro scritto prima del voto non può dir nulla di nuovo se non suggerire la considerazione (purtroppo molto ovvia) che alla fine la casta è rimasta dove era, come recita il titolo dell'intervista odierna di Romano a Stella.
Come invertire la "deriva"? A questo punto Stella dà la risposta da cui ci siamo avviati dandogli ragione: "Partirei naturalmente dalla scuola, dal ripristino dell’educazione civica. Fatta sul serio. E lì che si può ricostruire il nostro senso di cittadinanza e responsabilità. Innanzitutto cancellando la logica delle sanatorie che ha dominato questi ultimi decenni".
Caro ed esimio Stella, nei programmi ministeriali l'Educazione civica è come l'Araba fenice. E' prevista, ma nessuno la insegna. Dovrebbe servire soltanto ad illustrare la Costituzione e l'organizzazione dello Stato.
Per fare ciò che lo Stato stesso richiede, io ho commesso sempre un reato. Dedicavo all'Educazione civica un'ora settimanale sottraendola ad Italiano, per non sottrarre alla Storia nulla dei suoi 120 minuti settimanali.
Ma, caro Stella, se lei intende per "educazione civica" qualcosa che vada al di là di queste linee ministeriali, cioè l'assieme di un'opera formativa dei giovani affidati alla scuola, allora cominciano le rogne.
Perché la scuola è l'anello debole ed ultimo della catena sociale. Non è la scuola che educa alla società, ma la società che rovina la scuola.
Per cui (e chiudo il discorso non per mancanza di argomenti ma per non tediare vieppiù quei pochi volenterosi che fossero giunti sin qui), per cui bisognerebbe dire che la sua, esimio Stella, resta un'utopia, una nobile utopia, a cui la società non crede.
Non crede da sempre o non crede più soltanto quella contemporanea? Altro problema...
Ci potrebbe scrivere sopra un bel libro, tanto ai pedagogisti oggi nessuno presta orecchio.
[Anno III, post n. 128 (505), © by Antonio Montanari 2008]
Giuliano Ferrara, beato lui
Beato lui, Giuliano Ferrara, che ha trovato la "verità sulla vita umana", e si rifiuta di discuterne o discuterla. I confronti sono futili, dice. Si sottrae al dibattito. Però chiede che gli sia consentita la 'par condicio' prevista dalla legge per le elezioni. Alle quali si candida con questa lista che ha inventato, per fermare la strage degli aborti nel mondo.
Beato lui, che non s'accorge di un piccolo fatto: non riescono a governare l'Italia, i nostri due rami del Parlamento, e dovrebbero pure pensare a risistemare il mondo.
«Senza fanatismo», dice di aver trovato questa verità. Ma con fanatismo sembra difenderla.
È un suo diritto. Credo che però risulterebbe più efficace nella esposizione, se avesse la buona volontà, non dico l'umiltà, di sottostare alla regola del pubblico dibattito televisivo.
Lo vuole fare in un teatro, perché la tivù rovina tutto: "Io non discuterò della vita umana, come se fosse un'opinione, con alcun candidato in tv. La tv è antiveritativa. Un bel mezzo per comunicare, rispettabile e fatto da persone rispettabili, tra cui io stesso fino a ieri. Ma sul ponte di Messina o sull'Ici valgono le opinioni, sulla vita umana e l'amore vale la solitaria e pubblica ricerca della verità".
Sembrano parole di Antonio Ricci, il Maestro di "Striscia la notizia", il teorico del "tutto finto" in tv.
Beato lui, Giuliano Ferrara che se ne va sicuro, senza curarsi delle ombre che proiettiamo sui nostri muri. Come suggeriva Eugenio Montale in una celebre poesia, "Non chiederci la parola".
Non ci chieda Ferrara alcuna parola in più. Si resta senza, quando lui comincia le sue filippiche (come l'altra sera da Lerner) e rifiuta la discussione.
Stamani su RaiUno ha evitato il futile dibattito con il vecchio Marco Pannella, leone in gabbia, defraudato del confronto. Alla fine Pannella è esploso con quelle dichiarazione che nascono da una passione pari a quella di Ferrara.
Ecco perché dispiace ancora di più che Ferrara abbia voluto non misurarsi con un antico maestro dell'arte retorica in politica.
È sembrato, Ferrara, un giovincello schizzinoso quale invece non è, e che rifiutava di riconoscersi allievo di quel maestro. Magari in debito di un gratitudine. Insomma, problemi psicologici o psicoanalitici, da figlio che voleva (davanti al 'padre' spirituale) tentare di superarlo e di demolirlo?
Siamo entrati nell'era delle affermazioni apodittiche. Berlusconi ha tranquillamente potuto dire da Vespa che lui e don Verzé studiano per allungare la vita umana a 120 anni.
Commenterebbe Ferrara che non è, quella del cavaliere, un'affermazione vera perché fatta in tv. Su questo siamo d'accordo con lui: è una balla. Ma quando se ne dicono di tale portata, chi ha obbligo d'intervenire per difendere non quella che Ferrara chiama la "verità sulla vita", ma la decenza della logica scientifica usata come un belletto in carnevale da fanciulle avvizzite e dalla virtù ormai dimenticata?
Anno III, post n. 50 (427)
http://antoniomontanarinozzoli.blog.lastampa.it/antoniomontanari/2008/02/giuliano-ferrar.html
Dialogo sopra i minimi sistemi
Galileo Galilei: Suvvia, ma di che vi lagnate? Mi sembrate accorato e sfinito.
Silvio Berlusconi: Ve lo dico come in confessione, ascoltatemi con attenzione. Sono incompreso...
GG: E lo dite a me? Da quattro secoli non mi capiscono, e appena ascoltano il mio nome s'agitano e s'adirano. Quasi rimpiangono di non avermi bruciato vivo come quell'altro... Giordano Bruno.
SB: Avevo detto una semplice cosa ieri, che io ai soldi non ci rinuncio in cambio di una vittoria elettorale, ma tutti mi sono saltati addosso. Per primi gli amici del mio partito, poi gli avversari.
GG: Non mi sembra tutti, per la verità. Qualcuno ha avuto un senso di riguardo verso di voi... Come si chiama, quel bravo giovane che fa pure il sindaco della città dove bruciarono vivo Giordano Bruno...
SB: Ah, sì, quel Veltroni: bravo ragazzo, ma quante cattive compagnie frequenta. Se fosse per lui, tutto sarebbe già a posto. Invece, maledizione, gli altri: tutti estremisti, gente abituata a cattive diete, mangiar bambini in salsa moscovita...
GG: Non so di che parliate, ai miei tempi eran ricette sconosciute. L'arrosto andava di moda, come in Campo de' Fiori per il povero Giordano Bruno. Io me la sono cavata per il rotto della cuffia.
SB: Ma anche di voi si sta parlando oggi in Italia...
GG: So che non mi amano e che non mi capiscono. La cosa più carina che dicono è che facevo gli oroscopi per campare. Avrei voluto vedere loro e voi al mio posto.
SB: Avete ragione, altro che oroscopi io ho dovuto fare, faticare, sudare sette camicie, tra cui quella garibaldina di Bettino Craxi, che se non fosse stato per lui, con il tubo (catodico) che avrei avuto le televisioni libere.
GG: E che tubo è la televisione...
SB: Ah, già voi non sapete. Dico soltanto che quell'uomo, Bettino Craxi, santo sarebbe già, se dipendesse da me. Ma non ci credono che io sono l'unto del Signore. E per quanto vi riguarda...
GG: Per quanto mi riguarda, lo ripeto che da quattro secoli non mi digeriscono, i vostri amici che vi adorano e venerano come un messia... L'ultima barzelletta contro di me l'hanno detta in questi giorni...
SB: Ve la prendete per così poco? In fin dei conti, nel 1990 quel cardinale divenuto papa, ha soltanto ripetuto una frase altrui (*). Cioè che a ragionare bene era stata la Chiesa di Roma, quando vi ha condannato, perché voi eravate uno fuori di testa. O per lo meno con la testa tra le nubi.
GG: Voi non lo sapete, ma la Chiesa di Roma quando condanna usa sempre le frasi altrui per emettere la sentenza, mica le vostre parole. Per me, ha fatto ricorso ad Aristotele...
SB: Aristotele Onassis? Ma che c'entrava?
A quel punto, messer Galileo Galilei preso da sconforto, tentò di sbattere la testa contro il muro.
Ma dove si trova ora non ci sono muri come qui sulla terra, né per la scienza né per la politica.
(*) Nota storica.
Il 15 marzo 1990, ancora cardinale, in un discorso nella citta di Parma, Joseph Ratzinger ha ripreso un’affermazione di Paul K. Feyerabend: «All’epoca di Galileo la Chiesa rimase molto più fedele alla ragione dello stesso Galileo. Il processo contro Galileo fu ragionevole e giusto».
FONTE e post precedenti in questo blog
[Anno III, post n. 15 (392)]
Il 'problema' dell'Italia
Il «problema» a cui il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha accennato ieri sera all'inizio del suo messaggio d'auguri agli italiani, esiste. Eccome.
Queste le sue parole: «il problema sta nel» puntare «sull'innovazione e sul merito, privilegiando fortemente l'istruzione».
Innovazione è una parola facile ed inevitabile. Se l'industria non innova non è competitiva. Non possono far nulla da soli gli individui. Si debbono innovare lo Stato e la società, con i loro meccanismi quasi sempre arcaici e troppo spesso a tutela di ben determinati interessi di gruppi particolari.
L'individuo singolarmente, cioè fuori di ogni casta politica o professionale, può sperare soltanto che si punti sulla valorizzazione del merito.
Merito, caro presidente, è una di quelle parole che passando dal singolare al plurale, sembra quasi cambiare di significato.
Se c'è infatti il «merito» a cui ha fatto riferimento lei ieri sera, ci sono anche quei «meriti» che spesso sono oscuri ed indecifrabili all'apparenza, e si presentano soltanto come la proiezione di protezioni e di appartenenze a gruppi di potere.
Ai giovani va data la speranza (direi se mi permette: va garantita la sicurezza) che per le loro carriere conta unicamente il merito e non servono i meriti derivanti da altrui potere o dall'influenza di qualche gruppo di protezione.
Se seguendo il suo consiglio si rispetterà il merito e non si terrà conto dei meriti, l'Italia potrà fare una rivoluzione copernicana seguendo quell'altro suo suggerimento: «proporre, decidere, operare».
Lei sa bene che tutto ciò non deriva né dalla legge elettorale, né dalla riforma della Costituzione, ma da una forte moralità pubblica. Sulla cui presenza, mi permetto di non essere ottimista.
L'Italia attraversa una crisi che non dipende dagli individui singoli, se la base del vivere sociale, la Giustizia, non funziona a dovere, o per meglio dire sembra funzionare soltanto per gli autori dei reati ma non per le vittime. Che debbono affrontare processi lunghi, lunghissimi, assistere alle beffe della prescrizione, arrendersi davanti ad ostacoli insormontabili.
Il suo discorso, presidente Napolitano, contiene spunti molto importanti. Forse lo stile con cui li ha espressi, è stato troppo elevato, per poter arrivare a tutti come sarebbe necessario.
Mi scusi l'ardire: quando si vivono situazioni particolari come quella presente, viene in mente l'oratoria di Sandro Pertini. Ci faccia un pensierino, e non me ne voglia. Con i migliori auguri a lei ed alla sua famiglia, da un italiano qualsiasi. Ma non «qualunque».
FONTE
Binetti, si ricordi di Luigi Gedda (1938)
La sen. Binetti oggi risponde dalle colonne del quotidiano torinese, con un'intervista a Giacomo Galeazzi: "Come neuropsichiatra ho esperienza decennale di omosessuali che si fanno curare. Non sono andata a cercarli io, sono loro che sono venuti in terapia da me perché dalla loro esperienza ricavano disagio, sofferenza, ansia, depressione e incapacità di sentirsi integrati nel gruppo. Non sono io a sostenerlo, è un dato oggettivo".
La posizione della sen. Binetti non si discosta da quella della Chiesa anglicana (sì avete letto bene, anglicana).
Ciò che in tale posizione spaventa, è espresso in un altro passo dell'intervista, in cui la sen. Binetti la rivendica e giustifica in nome di un "dato oggettivo": "Fino a poco tempo fa il Dsm4, la "bibbia degli psichiatri"" utilizzata da tutti gli enti pubblici, "ha sempre inserito l'omosessualità tra le patologie del comportamento sessuale".
Fino a poco tempo fa, dunque. Non so se sia il caso di chiedersi il perché della recente cancellazione.
Da vecchio pedagogista, quindi senza alcuna pretesa di confutare le tesi scientifiche ("scientifiche"?) della dottoressa Binetti, mi permetto di esprimere una opinione molto amara, perché essa rimanda al ricordo storico di quando un noto endocrinologo cattolico come Luigi Gedda teorizzò la superiorità della razza ariana, aderendo alla campagna antiebraica. Dalla quale derivarono quelle leggi razziali del 1938 che restano la vergogna somma di Casa Savoia, assieme alla guerra.
Per ulteriori informazioni scientifiche, vedere il blog Bioetica (a cura di Chiara Lalli): Binetti e intolleranza.
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Le ragioni di Romano Prodi
Romano Prodi ha ragione. Non si può concepire la politica come eterna rissa da cortile, con protagonisti isterici i quali soltanto amano tirare i cappelli all'avversario, offendendolo con caricature e ridicolaggini che non dicono nulla alla persone serie. Non ostante tutto ed i telegiornali pubblici o privati, esse continuano ad esistere.
La politica è cosa per persone serie. L'avanspettacolo è bello ed utile. Ma non certamente quando si deve decidere la sorte di un Paese. Lasciamo le risse da cortile ai ricordi di quelle donne che si contendevano lo stesso uomo a colpi di ciabatte in testa alla nemica.
Adesso sono cose che non si usano più neppure in questi casi di conflitto d'interessi amorosi. Gli schiaffi hanno ceduto il posto alla compartecipazione all'utile e al dilettevole.
Il concetto di sesso oggi affermatosi in modo allargato nel più cattolico dei territori cattolici, rassomiglia vagamente allo spirito della ex Casa della libertà. Che lo stesso Berlusconi ha chiuso per colpa dei Casini ivi regnanti, intesi come cognomi.
Verrebbe la voglia di pregare Prodi di lasciare Palazzo Chigi soltanto per carità cristiana e risparmiarci le esibizioni del Cavaliere. Non ne possiamo più.
Purtroppo per Berlusconi, Prodi ha vinto le lezioni, di stretta misura come il presidente degli Usa, anzi con più voti di scarto di lui.
Il presidente del Consiglio non rappresenta i suoi elettori ed i loro eletti. Guida un governo di un Paese, non la giostra di una periferia urbana o di una spiaggia. Berlusconi lo dovrebbe sapere, essendo circondato da fior fior di intellettuali, giuristi ed esperti di tutto lo scibile umano, come l'ispirato Giuliano Ferrara che amo e stimo moltissimo (guai se lo sapesse: mi fulminerebbe con uno di quegli sguardi da istrione che spesso ci offre). Ferrara tra un editoriale sul «Foglio» della signora Veronica Lario in Berlusconi, ed una trasmissione sulla «Sette», immagino trovi tempo per esercizi spirituali atti a rafforzare la sua modestia e la sua dialettica antiprodiana.
È inutile ogni giorno andare in fregola con la storia che Prodi se ne deva andare. Quindi ha ben fatto Prodi a dire: «L'affannosa gioia della spallata inseguita da Berlusconi non serve proprio a niente, non serve a lui perché poi non riesce a darla, né serve all’Italia». Anzi, «fa molto male alla democrazia italiana».
Non mi piace applaudire chi comanda. Ma sarà colpa delle feste o delle parole di Prodi, approvo anche un altro passaggio della sua dichiarazione natalizia: «Prima delle elezioni io sono stato sottoposto ad uno spionaggio sistematico, durissimo, illegale, ma ho sempre detto: lasciamo fare alla Magistratura. E io credo che un uomo politico debba fare queste cose».
A Prodi, se posso permettermi, suggerisco di andare cauto con certi amici che lo circondano nel novello Pd.
Al treno veltroniano si sono accodati personaggi che non hanno la minima idea della differenza fra destra e sinistra, anzi hanno fatto pubblica professione di imparzialità fra le due parti. Che è come dire che votare Prodi o Berlusconi è la stessa cosa.
Ecco, caro presidente, la spallata se verrà, giungerà da questi ambigui personaggi che fanno i giocolieri, fingendo di guardare al bene comune, ma in sostanza pensando soltanto a guadagnarsi la pagnotta con la politica perché altrove non hanno raggiunto alcun obiettivo grazie alle capacità personali ma soltanto in virtù di sacrosante protezioni.
Insomma, alla fine potrà più la «casta» che il «casto» Silvio Berlusconi, quando si tratterrà di far cadere il governo Prodi. E succederà per mano di esponenti del partito voluto fortemente dal professore. E nel più perfetto e perfido stile che una volta si diceva democristiano.
Per rallegrarvi, guardate l'imitazione di Alberto Angela fatta da Neri Marcoré (foto in alto, a destra).
Piange il telefono
Un illustre giurista, Guido Neppi Modona, scrive oggi nel «Sole-24 Ore» un importante articolo sul problema delle intercettazioni telefoniche che sta riscaldando il clima politico italiano.Il punto centrale del suo breve saggio è in questo passo: «a essere censurato e condannato non è stato il comportamento penalmente illecito o politicamente scorretto e squalificato» di chi aveva detto certe cose al telefono.
Bensì si è spostata l'attenzione «sull'imprescindibile esigenza di impedire per il futuro che notizie di quel tipo potessero divenire di dominio pubblico». Neppi Modona parla esplicitamente delle «serie preoccupazioni» suscitate dagli atteggiamenti del ceto politico che mirerebbe alla sua tutela in sede giudiziaria per garantirsi una specie di salvacondotto (mi scuso del riassunto troppo sintetico per argomentazioni molto articolate, ma la morale della favola è questa).
Per fortuna, aggiunge il professore, la Corte costituzionale ha di recente stabilito che «anche in caso di diniego dell'autorizzazione», le intercettazioni «potranno essere utilizzate processualmente nei confronti di terzi»...
Le cronache odierne a proposito del problema delle intercettazioni, sono piene delle parole di Grillo contro Bertinotti (accusato di essersi «preoccupato per la privacy di un signore che voleva comprare un senatore. Invece di espellere questo (basso) insulto alla democrazia dalla Camera ne tutela la privacy»).
Non so se nei prossimi giorni si discuterà seriamente secondo il ragionamento di Neppi Modona. Se a dettare legge, come si suol dire, dovesse essere più un comico che un illustre giurista, allora ne trarremmo le conseguenze logiche circa le opinioni negative che girano all'estero sopra il nostro Paese.
FONTE
Santa ipocrisia
Ricevo da un collega blogger questo bel biglietto d'auguri: «Caro Antonio, nel laico dubbio che uno sia cristiano oppure no io ricorro spesso alla formula "Buone Feste di Fine Anno", che dovrebbe andar bene per tutti».Grazie di cuore del messaggio ed anche dell'attenzione.
A me va benissimo il Natale con relativo riferimento augurale. Considero la nascita di Cristo un evento fondamentale nella storia del mondo.
Non per nulla nel presepe davanti a tutti stanno i reietti del tempo, i pastori.
Educazione e sentimenti religiosi, mi piace però onestamente tenerli separati dall'idea dell'impianto politico della società: ecco perché molto spesso scrivo invocando il nome della laicità. (È nel Vangelo che si trova la distinzione fra Dio e Cesare...)
L'ultimo spunto al proposito è dato da un articolo di Miriam Mafai su «Repubblica» di ieri e dalla risposta odierna alla Mafai di Walter Veltroni.
L'episodio è esemplare. «Prima sconfitta per il Pd» intitolava ieri il quotidiano romano il pezzo della Mafai sul fatto che nel consiglio comunale capitolino non è stato possibile arrivare a deliberare l'istituzione di un «registro» delle unioni di fatto (semplifico molto per riassumere la discussione).
Miriam Mafai parlava di «una sconfitta per chi aveva scommesso su una possibile convergenza e unità di due riformismi, uno di origine popolare, l'altro di origine socialista».
Oggi Veltroni smentisce la Mafai, sostenendo che nulla è stato compromesso perché il problema non riguarda il consiglio comunale di una città in cui in questi anni «i diritti sono stati tutelati e rafforzati». Ma tocca la politica che deve dare «risposte legislative adeguate e moderne» per realizzare «la laicità delle istituzioni repubblicane».
Sotto l'aspetto formale, Veltroni ha ragione. Ma è la questione sostanziale che va esaminata. E la questione sostanziale è quella denunciata dalla Mafai ieri, e da Scalfari di recente: le pressioni d'Oltretevere sui politici del Pd...
Veltroni passa la palla a Prodi: è la politica che deve dare «risposte legislative adeguate e moderne».
Non può cavarsela, WV, dicendo che lui come sindaco di Roma governa una città tollerante.
Non basta. Lui è il segretario del Pd. Due ruoli, due parti sono utili se servono a sommare la forza del personaggio.
Ma se il personaggio si sdoppia, fingendo che non ci siano state le pressioni vaticane su quel «registro» (considerato indegno per la città «sacra»), allora ha ragione Miriam Mafai nel sostenere che la vicenda capitolina è stata una sconfitta per tutto il nuovo partito prodiano-veltroniano-rutelliano (e... vaticano).
Allora ha ragione il ministro Emma Bonino quando oggi denuncia «l'intromissione giornaliera, petulante delle gerarchie» cattoliche. E dichiara: «Qui è una saga di baciapile, ce ne fosse uno che ha una famiglia normale, sono pluridivorziati e va benissimo, però poi non vadano a predicare il contrario».
Uno dei cardini su cui si regge lo spirito evangelico, è quello della testimonianza. Ovvero della coerenza fra le cose credute e quelle praticate. Ma quella coerenza non esiste nei tanti predicatori che ci affliggono con le loro litanie finalizzate soltanto a raccogliere voti. Possibile che le gerarchie ecclesiastiche non vedano? Finisco qui perché non vorrei essere scambiato per un teologo, anzi peggio per un teologo del dissenso, come si diceva una volta.
Adesso è tutto consenso. Chi racconta le balle più grosse è premiato. Contenti loro... Speriamo che ci permettano di non essere d'accordo con la santa ipocrisia.
Circa la mossa di WV di passare la mano alla «politica» (che deve dare «risposte legislative adeguate e moderne» alla laicità dello Stato), sono da leggere con attenzione le parole di Riccardo Barenghi sulla «Stampa» odierna, proprio sul doppio scacco politico del governo e quindi di Veltroni come segretario del Pd per il decreto sulla sicurezza e per la legge elettorale («ha sbagliato il metodo»).
Conclude Barenghi che «nel suo partito non sono pochi quelli che non vedono l’ora di sgambettare il leader e ridimensionarlo. Figuriamoci nel resto del Palazzo».
Fonte
Troppo zucchero per Prodi
La correttezza del primo a volta è velata da un eccesso di zucchero nella bibita che ci offre. Figurarsi ieri sera che Zucchero c'era di persona in trasmissione... Meglio il pepe della Littizzetto.
L'onestà intellettuale del presidente del Consiglio è fuori discussione. Lo dico in modo partigiano, tanto per evitare piagnistei. Meglio lui del cavaliere, se la piazza offre questo. Però anche Prodi ha avuto qualche uscita molto poco felice.
Ad esempio quella sulla «ragion di Stato» a proposito della visita del Dalai Lama e dei rapporti con la Cina.
Caro Prodi, sono cose che si pensano ma non si dicono. Non è apprezzabile la sincerità, in questi casi. La diplomazia chiama diplomazia. Invocare la «ragion di Stato» quando le ragioni morali sono ben superiori, non è un'uscita particolarmente brillante.
Poi la vicende di quel treno fermo per dodici ore. «Ohi, uno era fermo ma ne correvano altri mille...» ha detto all'incirca Prodi. Beh, e se ci scappava un morto assiderato?
Ultimo appunto. Quando ha detto giustamente che democrazia è controllo di tutti i cittadini su qualsiasi fatto, anche sulla cultura...
Forse Prodi non è molto al corrente. Un recente episodio, quello della Dante Alighieri di Firenze. L'ho ricordato qui l'8 dicembre. Parole del prof. Emilio Pasquini: «Una cordata di politici e di presunti studiosi mi ha defenestrato con un colpo di mano per nominare un nuovo consiglio direttivo ed un nuovo presidente» (il vecchio era Pasquini).
Se passa dalle mie parti, caro presidente, e va magari alla Fiera di Rimini transitando davanti a casa mia, le offro un caffè casalingo e facciamo due chiacchiere sul tema, l'unico che conosco, il condizionamento politico-affaristico della cultura.
Magari lei mi spiega che cosa succede nelle università. Per verificare se è vero quanto si legge e si ascolta. Una botta di democrazia, insomma, due chiacchiere informali ma non troppo. Dopo le riporto qui, la avviso in anticipo...
Fazio avrebbe potuto chiedere a Prodi ad esempio se non trova contraddittorio che le nostre opere missionarie chiedano soldi ai cittadini per i bambini che agonizzano in Africa, mentre da noi non so quanti miliardi sono stati spesi per la chiesa di padre Pio, un francescano, ovvero seguace di «sorella povertà».
Forse è un problema di coscienza ben più serio di quelli che affliggono la senatrice Binetti per le unioni di fatto o le norme cosiddette «antiomofobia» quando se ne parla in àmbito politico.
Luciana Littizzetto mi rivolgo a lei: ponga questa domanda a «eminence».
Bacone affumicato
Tirato per i pochi capelli che ho in testa (dove la confusione regna sovrana come dimostra il lapsus di ieri, avendo scritto l’errato Ruggero al posto dell’esatto Francesco), sono costretto a tornare su Bacone, con nessuna autorità, ma soltanto per impegno morale dopo quello che ho letto in alcuni commenti.Francesco Bacone è fra i costruttori della nuova immagine della Scienza: cfr. il cap. 2 del volume «Dalla rivoluzione scientifica all’età dei lumi», testo di Paolo Rossi (p. 44, ed. TEA, 2000).
Qui leggiamo anche che Copernico nel difendere la centralità del Sole «invoca l’autorità di Ermete Trimegisto» (p. 47).
La storia della Scienza non è un percorso lineare tipo supermercato, dove tutto si trova (fino a che non cambiano l’ordine negli scaffali…).
Dividere lo scienziato dal filosofo, per me è molto difficile. Non credo che sia un’operazione facile per nessuno. Sopra una persona non sappiamo percentualmente quale sia l’influsso ‘genetico’ del padre e quale quello della madre (vedasi Mendel).
A meno che non si faccia come nelle scenette di litigio domestico, dove uno dei due coniugi rimprovera all’altro le corbellerie di «tuo figlio»…
Quanto alla storiella del Bacone «ottuso», beh, ognuno può raccontare le balle che vuole se prescinde dagli scritti della persona che si accusa.
Ma questo non è un metodo scientifico.
Al primo corso di Filosofia teorica ebbi come docente uno spiritualista rimasto del tutto ignoto sia ai posteri sia ai contemporanei, il quale amava spiegare che soltanto lui aveva compreso l’essenza del pensiero greco. Insomma secoli e secoli di storia della filosofia erano da lui buttati nel cesso, con quella leggera piega del labbro che si forma davanti ad oggetti non propriamente profumati. Per cui a lui si addiceva la massima «dalla escatologia alla scatologia il pensiero corre veloce».
In un commento ritrovo l’atteggiamento che 50 anni fa caratterizzò «Le due culture» di Sir Charles P. Snow (1905-80), fisico e scrittore inglese, un volume ristampato anche nel 2005.
Da vecchio (aspirante) umanista, non trovo nulla che vieti di conciliare scienza e filosofia in un percorso che è comune nella storia della cultura.
Ne ho scritto qualcosina a proposito di un testo del 1600, di un galileiano che si accorge però come sia difficile leggere tutto e subito nel libro della Natura (riassumo un concetto più ampio).
Se qualcuno desidera avere il testo in formato .doc per mail mi scriva, e sarà esaudito.
Non capisco, lo dico con franchezza, il gioco di parole che dal bacon porta alla mortadella, e poi la chiusa sui quattro Maestri, rei di non averci informato che Bacone era «ottuso».
Quando si discute di persone di alto livello come sono o sono stati i quattro docenti che ricordavo, beh, gradirei che il lettore che commenta lasciasse perdere le spiritosaggini e discutesse seriamente.
Parlare di Storia medievale o di letteratura del Cinquecento non significa dimenticare la dimensione “contemporanea”, ma non riguarda né l’euro (che ci ha salvato da un’inflazione che sarebbe stata tremenda) né la gestione delle Coop (l’altro ieri ho comprato a 29 euro, con sconto socio, un telefonino uguale a quello pagato 49 in negozio l’estate scorsa…).
Le citazioni di Anna Rosa Balducci da un testo che ho letto tempo fa con grande attenzione, «L’etica del lettore», è la più ampia dimostrazione di quell’umanesimo di cui parlano le persone serie come Ezio Raimondi.
Cioè una visione della vita che non sia egotista contemplazione del proprio ombelico, ma senso di partecipazione a qualcosa che coinvolge anche l’«altro»: «Non si dà vero dialogo col testo senza avvertire la responsabilità dell’altro in sé».
Ripeto: «responsabilità dell’altro in sé». E non si pensi che siano cose secondarie o ininfluenti. Se le si comprende, si ragiona a tono. Altrimenti è meglio lasciar perdere.
«Cosa dire?» dei quattro illustri Maestri, si è chiesto un lettore. Io so che cosa dire, lui ha saputo soltanto deriderli, con la tecnica del lupo della favola che dice all’agnello di essere stato offeso da suo padre… [«Repulsus ille veritatis viribus: / "Ante hos sex menses male - ait - dixisti mihi". / Respondit agnus: "Equidem natus non eram!" / "Pater, hercle, tuus - ille inquit - male dixit mihi!"»]. Scherziamo con i fanti e basta.
Bacone «non dixit»
«Purtroppo inesatta» è l’immagine di Francesco Bacone presentata dall’enciclica papale «Spe salvi». Lo scrive il supplemento culturale «Domenica» del «Sole-24 Ore» del giorno 9 dicembre 2007, nel sottotitolo del pezzo composto dal prof. Paolo Rossi. Il quale è uno dei maggiori studiosi di Storia della Scienza in tutto il mondo, non soltanto in Europa.Non ho la pretesa di riassumere cose che Rossi spiega in maniera molto chiara, come sua consuetudine. Segnalo soltanto alcuni punti del suo articolo, sperando che a qualcuno venga la voglia di leggerlo integralmente.
Le considerazioni pontificie, dunque, non «sembrano accettabili», secondo Rossi. Bacone, facendo la distinzione fra magia e scienza, conclude che «il fine della scienza» non ha a che fare con l’orgoglio e l’ambizione (come per la magia), ma riguarda «il benessere di tutti i viventi, è la carità».
Bacone «non pensa per nulla all’esistenza di un rapporto necessario fra aumento del sapere-potere e crescita morale».
Per Bacone, «la tecnica è ambigua per essenza», perché (sono parole dello stesso Bacone), «può produrre il male nel contempo offrire il rimedio al male»: «faciunt et ad nocumentum et ad remedium».
La citazione è presa da «De sapienta veterum» (1609).
Dove si narra la storia di Dedalo che per consentire a Pasife di accoppiarsi con un toro (e poi, commento mio, parliamo di corruzione contemporanea, relegando il peggio nella mitologia…), costruisce una macchina adatta alla bisogna. Ecco un esempio di invenzioni applicate al male…
Conosco il prof. Rossi da circa 45 anni, è stato mio docente di Storia della filosofia al Magistero di Bologna, nella sua materia mi sono laureato discutendo una tesi che ha avuto come controrelatore l’italianista prof. Ezio Raimondi, altra figura di studioso conosciuta in tutto il mondo. Fummo molto fortunati ad avere quali insegnanti delle persone come loro due, ma voglio ricordare anche Luciano Anceschi (Estetica), Giovanni Maria Bertin (Pedagogia) e Gina Fasoli (Storia medievale e moderna). Sono nomi che ritrovate in ogni testo che riguardi le loro discipline, tanto alto è stato il loro contributo alla cultura italiana.
L’intervento discreto ma fermo di Rossi su Bacone documenta come spesso, nella trattazione di un argomento, si prendano rappresentazioni non corrispondenti alla verità empirica di quello stesso argomento.
A questo aspetto sono dedicate le righe conclusive del testo di Rossi che spiega come l’immagine deformata di Bacone sia nata esattamente sessanta anni fa con la «Dialettica dell’Illuminismo» di Horkheimer e Adorno.
Acqua calda e Senato
Scoperta dell'acqua calda nelle ultime ore per la questione della cosiddetta norma «anti-omofobia» approvata in Senato.Il ministro Giuseppe Fioroni in un'intervista al «Corriere della Sera» di oggi ammette che la lotta contro le discriminazioni «si fonda sulla Costituzione». Questo non significa per lui essere in disaccordo con la sen. Binetti. Anzi. La norma, spiega Fioroni, va eliminata perché «si presta ad alimentare dibattiti ideologici e tensioni dietrologiche senza nulla aggiungere in concreto alla lotta contro la discriminazione».
Come giustificazione non è molto logica, ma pazienza. Se dobbiamo eliminare una norma ogni volta che essa può provocare dibattiti e tensioni, siamo a posto. Nell'anarchia totale.
Alla Costituzione ha rimandato anche l'editoriale di oggi di Eugenio Scalfari su «Repubblica». Quella norma «tende a dare attuazione con legge ordinaria ad un principio essenziale stabilito dalla Costituzione».
Appurato ciò, resta il fatto che chi ha scritto il decreto ha commesso un piccolo errore richiamando l'art. 13 del Trattato di Amsterdam. Si tratta invece dell'art. 2 comma 7, diventato articolo 6A dei Trattati costitutivi dell'Unione Europea.
Le due frasi (di Fioroni e Scalfari) sugli agganci alla Costituzione della norma che la sen. Binetti considera una minaccia di «strangolamento delle coscienze», sono un po' come l'utile scoperta dell'acqua calda per quanti sinora non se ne erano accorti. Non per disattenzione, ma per alterare il senso del discorso politico.
Nel quale va inserita una postila circa i casi Forleo-De Magistris, con quanto Luciano Ferraro osserva sul «Corriere della Sera»: «Per ora l'unica certezza è statistica: due magistrati su due che si occupano di importanti esponenti del centrosinistra sono finiti sotto tiro di Cassazione e Ces. Una percentuale del 100 per cento».
Due novità della giornata. Che capovolgono le situazioni finora prefigurate. Fini accusa la proposta di riforma di legge Vassallo di essere una truffa, ed il cavaliere di essere giunto ormai «alle comiche finali». C'è poi l'appello del vecchio dissidente comunista Ingrao alla Cosa Rossa per l'unità della sinistra: «Fate presto! Fate presto perché la vostra unità urge, il Paese ne ha bisogno e perché abbiamo davanti a noi quella che è la condizione tragica del lavoro in Italia».
Rimando a domani, per motivi di spazio, un altro tema, la replica del prof. Paolo Rossi al pontefice sulla questione di Bacone come teorico della perniciosa «fede nel progresso»: è pubblicata nel supplemento domenicale odierno della cultura nel «Sole-24 Ore». Rossi dimostra che le considerazioni papali non sono «accettabili» proprio in base ai testi di Bacone.
(Sul rapporto teologia-scienza, merita di essere riportato questo pensiero di Anna Rosa Balducci: «Qualunque discorso sulla scienza dovrebbe stare dentro un ospedale per lungodegenti, almeno un mese, prima di essere pronunciato».)
Fonte
Poltiglia e furbizie
Onorevole Vannino Chiti, lei ha promesso di far cancellare la cosiddetta norma «anti-omofobia» nel decreto legge sulla sicurezza, perché «fa riferimento al Trattato di Amsterdam in un modo che si presta ad equivoci».
Il Trattato di Amsterdam all’articolo 13 rende gli Stati liberi di «prendere provvedimenti opportuni per combattere le discriminazioni sul sesso, la razza o l’origine etnica, le religioni o le tendenze sessuali».
Quella norma non è «anti-omofobia», è contro le discriminazioni di qualsiasi tipo che esistono (eccome) nel tessuto sociale di molte regioni italiane, così come una volta si potevano leggere cartelli tipo «Non si affitta a meridionali».
Quella norma c’è pero già nella nostra Costituzione, art. 3, primo comma. Ma nessuno se ne ricorda: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali».
Dunque ci dobbiamo aspettare un prossimo passo di tipo costituzionale, con la revisione di quell’articolo e di quel comma?
Suvvia, signori del Parlamento, non riduciamo i discorsi seri a motivi di bagarre elettorale, anzi pre-elettorale. Si vuol far cadere il governo Prodi, si vuole una nuova convocazione alle urne, ci si adopera nel progetto del grande centro nella speranza che i portavoce dell’integralismo riescano ad imporre un governo “moderato” senza Berlusconi.
Va bene, è più che lecito, legittimo, quasi ovvio, forse inevitabile, anzi sicuramente certo, etc.
Ma per favore non spacciate per norma «anti-omofobia» una regola di civiltà che riguarda tutti i comportamenti.
Ma poi, vorrei sapere, che cos’è tutta questa fobia dell’anti-fobia? Non ci sono più gli psicanalisti di una volta, a spiegarcelo…
A proposito. La senatrice Paola Binetti, ha parlato addirittura di uno strangolamento delle coscienze tramite quella norma. Inquietante.
L’«Avvenire» di stamani è stata sincera ma altrettanto allarmante (per sua ammissione): «Il primo allarme scaturisce dal tentativo pervicacemente condotto di equiparare le tendenze sessuali alle differenze naturali, ad esempio di sesso e di etnia, elevando le prime ad una 'qualità' antropologica che non hanno e non possono avere, e ciò nell’interesse di tutti, in primo luogo delle persone omosessuali. C’è qui una sorta di 'fissazione' in base alla quale la personalità di ciascuno sarebbe determinata non solo e non tanto da quello che egli «è», ma piuttosto dalle pulsioni sessuali che eventualmente decide di assecondare. S’insiste sulla presunta necessità di porre un freno all’«omofobia», ma si arriva a sospettare persino della difesa del matrimonio monogamico quasi che fosse in se stesso un delitto di lesa maestà».
(Articolo esemplare per impostazione e svolgimento: si parte da un episodio particolare e si ipotizza una catastrofe generale della morale… come all’epoca della legge su divorzio.)
Condivido quanto scritto stamani sulla «Stampa» da Franco Garelli: «La vera sfida che attende anche i politici credenti è quella del pluralismo, della capacità di affermare e di "concretizzare" i grandi valori in un contesto in cui si vivono condizioni e orientamenti diversi, ove più nulla è dato per scontato. Ogni area culturale è chiamata a dare il proprio contributo progettuale per arricchire e dar risposte alle diverse situazioni e promuovere più larghe convergenze».
Senza pluralismo non c'è democrazia. E se non c'è democrazia né Chiesa né religione possono dignitosamente agire senza compromessi.
Il sociologo prof. Giuseppe De Rita nel consueto rapporto del Censis (creando ogni anno una formula efficace per fare il ritratto dell’Italia), ha presentato per il 2007 l’immagine della «poltiglia».
Dario Di Vico sul «Corriere della Sera», al proposito ha parlato di una società politica a cui mancano i contenuti e che attinge ai manuali di marketing.
Sullo stesso giornale, a proposito del caso-Forleo, Piero Ostellino ha scritto che in Italia il potere è detenuto dalla banche e che il magistrato in questione non ha usato «le cautele, le furbizie e le opportune ambiguità della politica».
Mi sembra che il caso della norma che lei on. Chiti ha promesso di cancellare, rientri in questo quadro deprimente della poltiglia, della politica che attinge ai manuali di marketing, e che si caratterizza per «le cautele, le furbizie e le opportune ambiguità» di cui ha scritto Ostellino.
Pensi ad una città che lei ben conosce, Firenze, ed a che cosa è successo alla Società Dante Alighieri. Glielo spiega il prof. Emilio Pasquini: «Una cordata di politici e di presunti studiosi mi ha defenestrato con un colpo di mano per nominare un nuovo consiglio direttivo ed un nuovo presidente» (il vecchio era ovviamente lui).
Il prof. Pasquini ha spiegato il problema apertis verbis non essendo un politico.
Noi ne ricaviamo l’amara constatazione che nemmeno padre Dante ed i suoi studiosi sono lasciati in pace da queste cordate di uomini appartenenti ai partiti e che sponsorizzano «presunti studiosi».
Ostellino ha citato una frase di Hobbes: «Auctoritas, non veritas, facit legem».
Che la denuncia di questi vezzi e vizi provenga dalla colonne del maggior quotidiano conservatore del nostro Paese, la dice lunga sull’imbarbarimento in cui siamo stati ridotti, immersi in quella «poltiglia» che la decenza ci impedisce di chiamare con il suo vero nome, uscendo dal seminato scientifico del Censis ed entrando nell’umile linguaggio che anche Dante usa: Inferno, XVIII, 116. Trovare per leggere…
Modelli e misteri
A proposito del «modello Sarkozy» (vedi post del 25 scorso) sugggerito per l’Italia da Mario Monti in un editoriale del «Corriere della Sera» (25.11), ieri c'è stata una diretta risposta su «Repubblica» in un fondo di Bernardo Valli.
La riassumo con una citazione che chiude il discorso laddove gli altri non lo aprono: «Il decisionismo» di Sarkozy sarebbe impossibile nella Repubblica italiana perché Sarkozy «è un prodotto della Quinta Repubblica, vale a dire della monarchia repubblicana creata da de Gaulle mezzo secolo fa, e ritoccata dallo stesso generale quattro anni dopo, nel 1962, con l'aggiunta dell'elezione a suffragio universale del presidente».
Noi italiani siamo così fantasiosi che abbiamo etichettato una fase storica come «seconda repubblica», senza che quella stessa fase ne avesse le caratteristiche e le premesse necessarie.
Nessuna modifica costituzionale ha infatti sancito il passaggio dalla prima alla seconda.
Non paghi di tanti eccessi di retorica nel parlare politico, adesso stiamo addirittura coniando la definizione di «terza repubblica» forse per onorare Veltroni, non certo Prodi. Che dal sindaco di Roma e compagnia cantando (anche tra l'opposizione), verrebbe lasciato sotto le macerie da rimuovere in fretta della seconda repubblica...
Per spiegare un po' di storia italiana passata e recente, richiamo due articoli apparsi sulle pagine bolognesi di «Repubblica». Filippo Andreatta, una delle teste pensanti del gruppo prodiano, dichiara in un'intervista a Luciano Nigro, partendo dalla situazione locale (in Emilia-Romagna): «... il Pd sta fallendo: si sta rivelando la somma di due forze e dei loro difetti».
E poi: «Gli ex della Margherita si sentiranno lacerati tra lo strapotere dei Ds e le tentazioni centriste».
Apro una parentesi prima di passare alla seconda citazione. Sull'importanza politica nazionale del «caso Bologna» (critiche a Cofferati e nostalgia di Guazzaloca), ha parlato sulla «Stampa» del 24.11 Francesco Ramella, nel pezzo intitolato «Antipolitica nelle terre rosse».
Un passo è da ricordare a futura memoria: «...i segnali di difficoltà del centro-sinistra, in queste zone, non sono certo circoscritti al capoluogo bolognese. Le ultime amministrative di maggio, ad esempio, pur confermando una netta prevalenza del centro-sinistra, hanno fatto anche affiorare diversi cedimenti elettorali. Sia sul fronte delle astensioni, che su quello dei comportamenti di voto, dove si è registrato un consistente calo di consensi per le liste dell’Ulivo».
Ramella sottolinea la speranza di «forte rinnovamento» posta nel Pd da molti elettori di centro-sinistra. Quanto sta succedendo a Bologna dimostra l'esistenza di sintomi di malessere, per cui «è bene che la nuova dirigenza del partito democratico non deluda le aspettative mobilitate con le primarie».
Infine eccoci alla seconda citazione da «Repubblica» di Bologna di stamani.
Si tratta di un articolo che recensisce il libro «Uno bianca e trame nere» di Antonella Beccaria (ed. Stampa Alternativa).
Lo ha scritto una agente di Polizia, Simona Mammano: «Una (questione irrisolta) per tutte: come è stato possibile che un commando di assassini potesse operare indisturbato per così tanto tempo?».
Simona Mammano aggiunge: «Questa, dunque, è una storia scandita da errori, valutazioni sbagliate, depistaggi palesi e false testimonianze».
Una storia che riguarda anche la politica della nostra Repubblica. Prima, seconda o terza, non fa differenze.

Il libro «Uno bianca e trame nere» può essere scaricato dal blog di Antonella Beccaria, dal quale riprendo le due foto riprodotte in alto e qui a sinistra (l'autrice del volume).
Capricci e bisticci
Il «modello Sarkozy» è proposto per l’Italia da Mario Monti in un editoriale di oggi sul «Corriere della Sera». Se la Francia potrebbe suggerire un progetto politico per risolvere tutti i nostri problemi, è alla Germania che si guarda per il sistema elettorale, con una spruzzatina di tipo spagnolo. Ha riassunto efficacemente Michele Ainis il 21 novembre sulla «Stampa»: «Pasticci forieri di bisticci». Per cui «se non hai tre lauree in tasca, non ci capisci un fico secco».
Sembra che in Italia, tolte le auto, le scarpe ed i vestiti, ora non sappiamo più fare nulla. Non siamo internazionalisti per convinzione. Ma per mancanza di idee. Per quindici anni hanno spiegato che col proporzionale l’Italia era andata in malora, e che il bipolarismo l’aveva salvata. Signori, avevamo compreso male. Forse. Adesso si torna al proporzionale. Per fare che cosa, non lo sapremo mai. Forse per far passare altri quindici anni. Dopo di che, diremo da capo che occorre passare al bipolarismo. Fate vobis. Tanto noi cittadini siamo cortesemente esclusi dalla partecipazione.
Oggi Lucia Annunziata scrivendo dei «fratelli coltelli» Silvio e Gianfranco, ovvero Berlusconi e Fini, ha ripreso da un saggio di Angelo Melloni una citazione: «l’anomalia italiana è che si sia confusa la destra con Silvio Berlusconi». Ma la storia è fatta di anomalie, non di fattori logici. Era il buon Hegel a dire, in un passaggio (divenuto famoso, ma secondario di un suo testo), che «ciò che è razionale è reale». Provate a dirlo a chi ha vissuto i gulag ed i lager.
Piero Ottone il 21 novembre ha pubblicato su «Repubblica» una «Lettera a Berlusconi» da cui cito il finale: «Pensi solo alla tua persona, al tuo successo, alle tue vendette. […] Confermando così che la tua avventura è stata, per il nostro paese, un immane disastro».
Oggi re Silvio vorrebbe solo due partiti, insomma come Rai e Mediaset. Ovvero intercambiabili ed alla bisogna vasi comunicanti. Con lo stesso liquore. Stiamo attenti a non scontentarlo troppo: potrebbe chiedere i danni, come i signori Savoia. Ai quali potremmo mandare le cartoline paesaggistiche dell’Italia bombardata: il nonno Sciaboletta non ne ha avuto nessuna colpa?
Ieri su «Repubblica», Salvatore Borsellino ha ricordato i poliziotti della scorta che morirono con suo fratello Paolo, proteggendone il corpo da una devastazione che colpì invece i loro. È una lettera molto dura che andrebbe studiata nelle scuole. Un solo particolare. Lo «Stato che mi vergogno di chiamare con questo nome» ai genitori di Emanuela Loi, uccisa con i colleghi in quell’attentato, ha richiesto il costo del trasporto della sua bara da Palermo a Cagliari. Modello italiano?
Ieri al corteo delle donne, alcune ministre e deputate sono state contestate da poche ragazze. Per quasi ognuna di loro, l’on. Melandri ha trovato un aggettivo: «Arrabbiate, violente, sciagurate, cretine». Poi ha tirato un sospiro di sollievo, aggiungendo: «E poche».
Nelle foto, la manifestazione delle donne a Roma, e la protesta degli studenti francesi contro Sarkozy a Parigi
Fonte
Antonio Rosmini
Caro Antonio Rosmini,adesso che siete stato proclamato beato, non possiamo più ricorrere a voi come esempio di contestatore e di teorico di quella «Chiesa dei poveri» che ha avuto un momento di gloria qualche decennio fa, senza che mai fosse fatto il vostro nome nelle pubbliche piazze.
Vi hanno inserito nel «sistema» (altra parola d’annata, se non pure dannata). Vi hanno messo tra gli insindacabili, voi che siete stato a modo vostro e per i tempi vostri un eccelso bastian contrario, sino al punto di meritare ben due condanne ufficiali da parte di Roma.
Aveva destato scandalo il vostro libro intitolato «Le cinque piaghe della Chiesa». Uno slogan per i posteri, quando telegraficamente (come si diceva una volta) si voleva riassumere una situazione che non piaceva o (altra espressione antica) «gridava vendetta al cospetto di Dio».
Adesso che «Le cinque piaghe della Chiesa» escono in edicola assieme al settimanale cattolico per antonomasia, come se si trattasse di un libro ultraortodosso alla Vittorio Messori, addio contestazione, addio ricordi di polemiche.
Quel «lo diceva Rosmini» che suonava elogio dell’eresia pura, adesso corre il rischio di diventare uno spunto per le dotte conversazioni di Giuliano Ferrara. Prima o poi, vedrete, anche voi sarete arruolato fra i suoi autori preferiti, per quel gusto che lo scrittore del «Foglio» ha nell’apparire paradossale e nello stesso tempo convincersi di avere sempre ragione.
Vi troverete in buona compagnia: vi faranno oggetto di dibattiti televisivi, e voglio vedere come se la caveranno le soubrette che discettano di tutto e di tutti. Forse sarà necessario spiegar loro che non è il caso di scomodare la loro intelligenza per arrivare sino a voi.
A loro non dovremmo raccontare che, dagli atti ecclesiastici della causa di beatificazione, risulta una frase vostra detta alla cognata, di ritorno da un pranzo: «Sono avvelenato». Non bisognerà dirlo neppure a Bruno Vespa, altrimenti correremo il rischio di avere tante puntate della sua trasmissione dal titolo: «Chi uccise Antonio Rosmini?». Dopo Cogne, Garlasco, Perugia, ci mancava pure il vostro pranzo in casa dei nobili Bossi-Fedrigotti, finito con un’acidità di stomaco che voi consideraste un attentato alla vostra vita.
Lo sappiamo. Ci sono ancora in giro testimoni della vostra epoca, pronti a dire a Bruno Vespa, che si trattò soltanto di un errore involontario del cuoco. Vi risparmiamo le spiegazioni. Voi di lassù le conoscete già. Aiutateci a non farle conoscere anche a noi.
Silvio, un re sFINIto
Atto primo. Giancarlo Fini volta pagina nei rapporti con Berlusconi. Glielo manda a dire con una lettera aperta al direttore del Corriere della Sera di stamani.
Atto secondo. Il Cavaliere risponde a Fini: «Sono l'unico a combattere contro questa maggioranza».
Sembra di ascoltare il giovane Leopardi che nella canzone «All’Italia» si guardava allo specchio e, probabilmente sul cavallo a dondolo e con in mano una spada di cartone, prorompeva nel grido fatale: «Nessun pugna per te? non ti difende / Nessun de' tuoi? L'armi, qua l'armi: io solo / Combatterò, procomberò sol io. / Dammi, o ciel, che sia foco / Agl'italici petti il sangue mio».
A proposito di grida fatali con annessi gesti eroici. Al post della spada di cartone, il senatore di Forza Italia Maurizio Sacconi è arrivato a togliersi una scarpa per sbatterla con forza, ripetutamente, sul suo scranno. Merita la memoria presso i posteri, con un fumetto che documenti il tutto: «Dammi, o ciel, che sia foco / Agl'italici petti il sangue mio».
Il governo è sfatto, ma re Silvius I non lo sfratta. Gli amici se ne vanno, che inutile serata. La musica prodiana non è ancora finita. Questo è il tormento del Cavaliere, ed il grimaldello con cui lentamente e pacatamente, alla Veltroni-Crozza, lo hanno deposto dal trono quegli alleati d'un tempo. Lui continua ad illudersi, il leader sono e sarò io. Parole, parole, parole.
V’immaginate Berlusconi che ordina di colpire al cuore Fini per la sua storia d’amore? Suvvia, sono esercizi di bassa dietrologia. Per ora. In futuro non si sa. Le donne prima o poi raccontano.
Oggi si è confessata Sandra Milo: «Con Bettino l'amore aveva più gusto».
Due domande alla signora: lo aveva confessato a Bruno Vespa? Adesso come cambierà la storiografia sul socialismo italiano?
Il sospetto è che la signora Milo abbia voluto soltanto mettere giustamente in luce i propri pregi e sottolineare i difetti delle colleghe in arte contemporanee: «Vogliamo mettere il livello delle amanti di allora?».
Purtroppo scienza e storia di oggi non possono beneficiare del conforto «delle amanti di allora». Com’è triste la vita.
Fonte
Cronache nere
Siamo tutti angosciati per quello che è successo domenica scorsa. Nei blog della nostra comunità se n'è parlato con una partecipazione che indica qualcosa. Non siamo insensibili al mondo che ci circonda. E che ci fa paura per molti motivi. Per il povero ragazzo ucciso nelle circostanze "misteriose" che conosciamo, ad esempio. Un episodio che non doveva accadere. Non si spara attraverso un'autostrada, non sapendo che cosa succeda esattamente aldilà di essa, in una piazzola di sosta troppo distante per distinguere le cose.
Ho scritto ieri che il fatto di Arezzo non ha nulla a che vedere con lo sport. Intendevo dire che l'uccisione di quel ragazzo non poteva essere presa a pretesto per tentare un'insurrezione come c'è stata poi a Roma. Chiedo scusa se non mi sono spiegato bene. Credevo di averlo fatto, aggiungendo che allo stesso modo pure la violenza scatenatasi poi, non aveva nulla a che fare con lo sport.
Ieri pomeriggio Irene ha osservato nel suo blog che viviamo in un vuoto dove «tutto freneticamente inghiottisce tutto». Lo ha scritto anche a commento del mio post.
Poco dopo Gianna, allargando il discorso ad altre notizie di cronaca nera, introduceva una nota metafisica: «Non ditemi che sono prove inviateci da lassù per provare la nostra tempra di madri e di padri o peggio per scontare i nostri peccati. Per il Grande Distratto è un incidente di percorso e spero che trovi al più presto un rimedio».
Cito questi due passi di Irene e Gianna perché sono sintonizzati sul tema del nostro essere qui ed ora, con sfumature che intrigano con dolcezza d'intenti e costringono fermamente a riflettere.
Il contesto della vicenda di Arezzo dà ragione al commento di Fino: «Quella gente (juventini e laziali) erano là per lo sport o per meglio dire per uno pseudosport chiamato calcio».
Ieri facevo un altro discorso. Parlare male dello sport com'è in Italia da tanti anni, non è vuota retorica. Ma è amara constatazione che nulla si fa per cambiare qualcosa. Forse tutto quanto accade serve a qualcuno, lo dico da un punto di vista politico.
Sempre da questo punto di vista, dobbiamo essere certi che nessuno possa colpirci "per sbaglio" se passiamo per strada o in autostrada vicino ad un gruppo di sportivi che possono essere temuti: ma per questo fatto, nessuno è autorizzato a sparare per prevenire un reato di cui il viandante per caso non ha nessuna responsabilità.
Stamani ho letto il bell'editoriale di Massimo Gramellini in prima della «Stampa». Che all'inizio dice qualcosa sull'Italia sbagliata oggi sotto accusa, e della quale fanno parte anche i giornalisti «che invece di dare la notizia dell’assassinio di un ragazzo al casello autostradale», annunciano che è stato ucciso un tifoso.
L'Italia che vogliamo? «L’Italia che estirpa i violenti dagli stadi e dalle strade. E non protegge le caste, ma le persone. Perseguendo gli individui e non generiche categorie sociali: i tifosi, i romeni. L'Italia a viso aperto. Tollerante, giusta, decisa. Senza ferocia. Ma senza paura».
L'Italia giusta. Può essere un'utopia, ma deve essere un progetto. Gramellini ha ragione. Così come hanno ragione Irene e Gianna a chiedersi che cosa sia questo mondo in cui viviamo. La loro intelligenza avvia con tranquilla fermezza un discorso vasto, ma necessario.
Nulla è una parola che fa paura. È un tema che affascina da sempre letterati e filosofi, quindi non deve essere che apprezzato il riproporlo alla nostra attenzione. Le nostre inquietudini sul destino dell'umanità a cui accenna Gianna, sono un sentimento del tempo. Ma ogni tempo ha i suoi drammi. Grazie, amiche, di aver introdotto questo tema.
Affacciandoci alla strada, vivendo tra la gente, i vostri pensieri dovrebbero spingerci a meglio comprendere il valore dei rapporti con chi ci sta o passa vicino.
Lo diceva già Giacomo Leopardi: nella guerra comune contro la Natura, gli uomini dovrebbero offrirsi aiuto in un abbraccio «con vero amor».
Ma vedete che il sublime canto del poeta, «... su l'arida schiena / Del formidabil monte / Sterminator Vesevo», diventa immediatamente qualcosa di più, un manifesto politico con l'invito agli uomini a considerarsi «confederati» fra loro. È il vecchio discorso del «contratto sociale»...
Ma fino a che punto siamo pronti ad accogliere questi discorsi? Attenzione, perché essi sono considerati pericolosi. Pericolosissimi... Per motivi ovvi.
L'Italia «tollerante, giusta, decisa» propugnata da Gramellini, è l'unica via di scampo dal nulla, dalla paura, dalla corruzione. Ma quanti sono d'accordo oggi e qui a credere nei valori di una società «tollerante, giusta, decisa»? Siamo anche il Paese in cui si portano tranquillamente i maiali ad orinare su terreni frequentati da persone come noi che hanno però un'altra religione. E poi ci chiamiamo popolo civile.
Storie italiane
«Quest'uomo lo hanno ucciso...». Un cardinale emiliano, Ersilio Tonini, dice ieri sera nella trasmissione televisiva di Michele Santoro queste parole, riferendosi all'«editto bulgaro» che nell'aprile del 2002 colpì Enzo Biagi: «Lo hanno ucciso. È stato un ostracismo. Enzo Biagi dava fastidio, non era utile ed è stato cacciato».
Di un altro uomo di Chiesa, leggiamo su «Repubblica» di stamani. Monsignor Giancarlo Maria Bregantini, vescovo di Locri da 13 anni, è stato nominato a Campobasso. Dice il titolo: «Trasferito per salvargli la vita».
Carissima signora Bice Biagi.
Lei, all'ultimo saluto pubblico a Suo padre ha detto: «Certo che c’è stato (l'editto bulgaro). C’è qualcuno che ogni tanto ha delle botte di amnesia. Lui invece non ha mai perso la memoria, né lui né noi».
È vero, ci sono in giro botte di amnesia terribili. È un drammatico gioco dei bussolotti. Il cavalier Berlusconi, allora disse: «Credo sia un preciso dovere della nuova dirigenza (della Rai) non permettere che questo avvenga».
Il «questo» che non doveva succedere più, era l'uso «criminoso» della tv di Stato, di cui era accusato Suo padre.
Adesso il cavalier Berlusconi nega. Secondo lui non aveva mai detto che Biagi, Luttazzi e Santoro «non dovevano fare televisione». Aveva espresso un auspicio. Ha trovato immediatamente un'obbedienza cieca ed assoluta.
L'editto c'è stato, eccome. Nella formula subdola che oggi permette al suo autore di negarlo.
Mi scusi se in aggiunta parlo di fatterelli personali. A me è successo qualcosa di simile a partire dal 2001, per merito di certe dame seguaci del verbo proveniente da Arcore. Il 14 novembre di quell'anno tenni in un'associazione cattolica una conferenza intitolata: "«La guerra non cambia niente». Dolori nella Storia e desiderio della Verità nel '900 letterario italiano".
Avevo preso la citazione del titolo da quell'«Esame di coscienza di un letterato» di Renato Serra, che mi sarebbe servito per esprimere il mio debol parere sulle circostanze di quei giorni, legate alle vicende dell'11 settembre, ed alla minaccia di una guerra globale.
Con la cautela necessaria non per opportunismo ma per realismo, mi schierai contro le guerre di esportazione della democrazia.
Apriti cielo... Da quella volta non fui più invitato da quell'associazione culturale cattolica.
Poi sono successe altre cose, legate ad esempio ad un altro tabu della destra cattolica riminese che ha tanto potere curiale: quello della falsa sommossa antigiacobina e filopapale dei marinari riminesi nel 1799. Pochissime righe apparse sul settimanale diocesano, e riprese da una storia ottocentesca, ebbero la piccata risposta di un'intera pagina sul settimanale stesso con tutta una serie di notizie non rispondenti al vero.
Poi ha dato fastidio qualche mio studio storico sulla condanna all'indice di un medico riminese del 1700 per speciale intercessione del vescovo della città.
Lentamente da quel novembre 2001 mi si è stretta attorno una cerchia di isolamento sanitario da «evitato speciale» per cui nel giornale a cui collaboravo, prima mi è stata tolta la sezione culturale, poi non mi hanno commissionato più le recensioni dei testi storici. Per cui ho preferito abbandonare dopo quasi 25 anni di lavoro, per non avere altre beghe.
Nessuno ha firmato editti, nessuna "sa" niente di quanto accaduto. Però le cose sono avvenute.
È vero, ci sono in giro botte di amnesia terribili. Quando parlavo di queste vicende mie con le persone che sanno, alla fine ero considerato come un visionario.
Il fatto drammatico è che il sire di Arcore ha fatto scuola anche su chi non ne condivide le idee. Oppure è soltanto l'ipocrisia umana che cresce in ogni terreno.
Spesso aggiungo una domanda ironica: che fine avrei fatto?
Prodi e i due Veltroni
Se avessimo voglia di scherzare, battezzeremmo Romano Prodi «servitore dei due Veltroni». Non per gratuita irriverenza, ma soltanto per usare il classico titolo goldoniano come chiave interpretativa del presente. Ma dato che i tempi sono tremendamente seri, ci chiediamo se per caso, oltre ai due «padroni» politici impersonati dal sindaco di Roma, e mutuati dalla trama della commedia settecentesca, non ci sia in ballo anche un terzo personaggio. A cui il segretario del Pd dà voce e figura sul palcoscenico della politica italiana.
Il primo Veltroni è quello che aspetta con la calma dei forti e la frenesia del cavallo purosangue in procinto di fare la sua corsa tutto da solo. Il candidato in pectore a palazzo Chigi.
Ha rinunciato ad andare in Africa, come aveva promesso, dopo aver completato l'esperienza amministrativa nella capitale.
Ha visto (forse) che i guai italici sono ben maggiori di quelli del continente dove avrebbe voluto fare una specie di missionario laico.
Per cui la sua coscienza gli ha suggerito di restare. Ad aspettare che la poltrona di capo dell'esecutivo sia tutta sua.
Il secondo Veltroni è quello che vede la città che governa, la capitale che amministra, finire nelle cronache più terribili, come se i pericoli per le donne e per la loro libertà di movimento fossero un dato nuovo, inedito ed inaspettato non soltanto alla periferia romana, ma anche nei centri di altre località, grandi o piccole, famose o no.
Il terzo Veltroni è il segretario del Pd che in certi momenti della giornata deve guardare in faccia gli altri due. E chiedere ad uno se ha fatto tutto, come sindaco, per salvaguardare l'incolumità dei suoi cittadini. Ed all'altro se è possibile studiare qualcosa, prima di occupare la poltrona di palazzo Chigi. E miracolosamente sembra che tutti i due Veltroni interrogati dal segretario del Pd in carica, si siano trovati d'accordo nel sostenete che se c'è uno che deve pensare ai guai italiani, è proprio e soltanto Romano Prodi. Che le elezioni le ha vinte ed è stato nominato dal capo dello Stato.
A teatro, ad una certa ora, le rappresentazioni finiscono, come previsto dal copione. In politica del doman non c'è certezza. Addirittura non sappiamo se ciò a cui assistiamo sia soltanto una commedia mentre i momenti sarebbero più adatti alla tragedia.
In politica, anche in politica, viene tuttavia il momento in cui c'è la resa dei conti. E chi deve stavolta pagare il conto è Romano Prodi.
Ce ne dispiace perché è una persona convinta del suo lavoro, che non usa la politica per altri scopi, che ha lanciato il grande progetto riformista dell'Ulivo, finito in un incontro tra due gerarchie direi quasi ecclesiastiche (almeno per una di esse).
A rimetterci è soltanto lo spirito dell'Ulivo, ma questo l'ho già scritto il 16 ottobre scorso.
Oggi voglio condividere la preoccupazione, anzi qualcosa di più di una preoccupazione, espressa a Bologna con "Repubblica" (foto) da uno scienziato come Carlo Flamigni: il Pd affonderà sui temi etici, perché in esso è impossibile ogni dialogo fra laici e cattolici. L'Ulivo era nato per favorire quel dialogo. Non soltanto, come sogna Veltroni, con il capo dell'opposizione e la di lui consorte.
Forleo, le sue ragioni
L'intervista al gip di Milano Clementina Forleo ad «Annozero», spiega molti aspetti oscuri della realtà contemporanea.
Le sue parole non sono suscettibili di equivoco: «Ho subito intimidazioni da soggetti istituzionali».
Il cittadino inerme, che non bazzica codici e pandette (come dicevano una volta le persone esperte delle cose di mondo), che vede in tivù un giudice 'costretto' a confidare a vari milioni di persone una situazione così delicata, non dovrebbe scandalizzarsi, od urlare. Ma soltanto apprezzare, condividere (per quel che vale la sua adesione) il senso di un'esperienza non certamente facile, sapendo che la democrazia si difende non a parole ma con i fatti, come è accaduto ieri sera al gip Forleo.
Forleo ha portato i fatti, non ha recitato arzigogolate teoria sul Diritto penale o processuale. Quei fatti parlano da soli.
«Sono convinta che in momenti di forte crisi istituzionale come questa i magistrati hanno il dovere di non essere prudenti, di non essere sobri, di non stare a casa a scrivere sentenze, di parlare e di esprimersi», ha aggiunto. Lo scandalo dei magistrati che parlano «scoppia sempre quando questi magistrati nelle loro inchieste toccano i poteri forti, quei fili dove c'è scritto "chi tocca muore"».
Per questo appare eccessiva la nota dell'Udeur che parla di «processo stalinista». Beh, conoscere un po' di storia non farebbe male. Diritto di parola per tutti, è un cardine della democrazia. Non costringere un magistrato a denunciare pubblicamente le «intimidazioni» di cui abbiamo sentito ieri sera, spetta alla classe politica, secondo i principi della Costituzione.
Parlare di «processo stalinista» è un diversivo ed un'esagerazione che uomini politici responsabili ed accorti dovrebbero evitare.
Il cittadino inerme, che non bazzica codici e pandette ma appartiene alla folta schiera di chi, all'occorrenza, non può avere giustizia secondo i principi della Costituzione, dà ragione al gip Forleo. E pensa: ce ne fossero... Con la consapevolezza che i silenzi sono letali. Ricordano, quei silenzi suggeriti oggi ai giudici, la massima del manzoniano conte-zio espressa al padre provinciale: «Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire». Ma quella, aggiunge altrove Manzoni, era un'«età sudicia e sfarzosa». Dove per non essere considerati gente perduta sulla terra bisognava avere almeno «un padrone». È questa la società che si rimpiange? Basta dircelo, ed amen.
Madamini
Madamini, il catalogo è questo...
La lunga lista delle lamentazioni politiche che sorgerebbe spontanea, forse ormai non serve più a nulla.
Si chiedeva stamani Jacopo Iacoboni nel suo blog: «Che si fa se Prodi cade. Votare subito? Riformare la legge elettorale? Far decantare tutto, addirittura per un periodo indefinito?»
La risposta, questo pomeriggio, di Berlusconi («Non dialogo con questa sinistra») a Napolitano («Serve intesa per le riforme»), toglie significato e valore alle tre ipotesi?
Il capo dell'opposizione vuole il voto, ovviamente con questa legge elettorale. Oggi ha ripetuto un'opinione già espressa. Chi deve tagliare la testa al toro, è adesso l'altra fetta dell'opposizione. Al voto con la legge attuale, si aspetta il referendum o si fa una nuova legge?
Siamo in un vicolo cieco. Può aspettare il Paese la consumazione del malato, sostenuto sinora da quel brodino di cui parlava Bertinotti?
La crisi generale nei rapporti parlamentari fra governo ed opposizione è un fatto inedito. Almeno in apparenza.
Chi ci garantisce che sotto sotto non si stia trattando un bel pateracchio al centro, con un celebrante d'eccezione, magari Giulio Andreotti. Astuzia internazionale (asse Roma-Vaticano), o provincialismo politico?
Può servire a qualcosa la lezione polacca?
Ne discute Barbara Spinelli nel fondo di oggi, dove scrive: «La Polonia del ressentiment apparsa negli ultimi anni ha somiglianze impressionanti con l’Italia che Berlusconi ha cambiato, plasmato. Anche da noi ci sono forze di destra che speculano sul ressentiment e costruiscono sul rancore, il vittimismo, l’invenzione della realtà. Anche queste forze hanno potere sui mezzi di comunicazione, usano l’anticomunismo come arma per tacitare ogni critica, sono sospettose verso le separazioni molteplici che la laicità insegna. Anche in Italia l’integralismo cattolico ha accresciuto il proprio peso, profittando della politica divenuta campo di battaglia fra amici e nemici mortali».
Invece Miriam Mafai ricorda su «Repubblica» di oggi come l'appello pontificio contro il lavoro precario sia stato spiegato dal presidente della Cei mons. Bagnasco in un modo del tutto particolare: si chiede lavoro stabile per creare famiglie fondate sul matrimonio eccetera.
Potremmo a questo punto proporre al parlamento di ammettere il lavoro precario soltanto per scapoli e conviventi? Ritorna a galla la questione della laicità dello Stato («Libera Chiesa in debole Stato»), di cui ha trattato ieri Michele Ainis. Quanto è compresa ed apprezzata la questione in campo "democristiano" oggi? Si dovrebbero ricordare gli esempi luminosi di De Gasperi ed Andreatta. La loro lezione non è soltanto una pagina da libro di storia.
Gli aggiornamenti continui si leggono da questa pagina:
Paolo Cevoli «proibito»
Il comico riccionese Paolo Cevoli, una delle colonne portanti della satira televisiva con le sue apparizioni a «Zelig», è stato censurato dal politici romagnoli.
Per domenica 21 nelle tre province di Forlì-Cesena, Ravenna e Rimini, è stata organizzata una manifestazione culturale rivolta a promuovere la conoscenza del patrimonio bibliotecario e museale locale. L’opuscolo che la reclamizza contiene tre immagini (una per provincia) di altrettanti personaggi indigeni ma «extra-vaganti», cioè non legati al mondo della cultura e delle biblioteche: Martina Colombari per Rimini, Marco Melandri per Ravenna ed appunto Paolo Cevoli per Forlì-Cesena.
Ognuno dei tre ha consegnato alla storia una frase memorabile: «I musei di Romagna sono piccoli scrigni che racchiudono tesori di grande bellezza» (l’ attrice Colombari), «C’è chi corre più veloce di me: è il pensiero di chi legge un libro» (il campione motociclistico Marco Melandri), e «Un buon libro è la compagnia più intelligente che un uomo possa trovare. Ogni tanto però ci vuole anche un po’ di solitudine con qualche passerina ignorante» del comico Cevoli.
Sinceramente, le parole di Cevoli sono le uniche che hanno un senso. Per quanto «extra-vagante», cioè esterno all’ambiente che domenica si vuol valorizzare, il comico è l’unico che può vantare in fatto di cultura alcune credenziali di indubbio valore.
Se belle si nasce e campioni si diventa correndo in moto grazie ad intelligenza e coraggio propri e tecnologia altrui, il comico è l’unico intellettuale della compagnia perché ogni sua apparizione sopra un palcoscenico richiede studio, preparazione e capacità stilistiche che sono le uniche qualità compatibili con il mondo delle biblioteche.
Orbene la frase sulla «solitudine con qualche passerina ignorante» da godere come intervallo alle lunghe ore di studio, ha scandalizzato molti addetti ai lavori e tanti politici sia reazionari sia progressisti, sia maschi sia femmine.
L’effetto finale, è stato la censura sul comico ed il ritiro della pubblicazione che riporta la sua massima «immorale» sulla «passerina ignorante». Ma il ritiro è avvenuto quando la pubblicazione (gratuita) si era già esaurita, dopo il primo accenno di scandalo. Diventerà un oggetto di culto. Sarà un pregiato reperto del collezionismo dei bibliomani che troveranno conforto forse soltanto nel possedere quelle pagine colorante, e non nel mettere in pratica il suggerimento di Cevoli.
Al sequestro (divenuto praticamente impossibile), ha fatto sèguito anche una dichiarazione degli organizzatori con tanto di pubbliche scuse a chi si fosse ritenuto offeso dalle parole del comico.
A difesa di Paolo Cevoli si potrebbe citare l’illustre esempio dell’opera comica di un tal Dante Alighieri sepolto proprio in Romagna, a Ravenna, che in essa fece anche ricorso a quello che i benpensanti chiamano sbrigativamente turpiloquio.
Per non incorrere in analoga censura, tralascio le citazioni dirette dal poema in cui appaiono certi termini scandalosi, ma riprendo da un fresco libro di Franco Ferrucci, «Lo stupore e l’ordine» (editore Liguori), l’accenno contenuto in una nota (pp. 146-147). In essa si spiega che assieme a quelle che si considerano parolacce, appare pure il termine «comedìa» (poi popolarmente reso come «Commedia», ed arricchito in «Divina Commedia»), come se il linguaggio di Dante stesse facendo «le sue prove di quanto può spingersi nella lontananza del silenzio divino» nell’Inferno.
Ombre di oggi, fantasmi di ieri
Marcello Sorgi ha condotto con estrema correttezza da lunedì a stamane la rassegna di «Prima pagina» su RadioTre.
Ovviamente oggi non ha citato un suo interessante articolo apparso su «La Stampa», «I mangiatori di pane e politica», che è uno dei pezzi più documentati apparsi sui quotidiani italiani alla vigilia del voto per il Pd.
Sorgi è ben informato. Ha così osservato che «in larga parte» del Paese, cioè nelle quindici regioni amministrate dal centrosinistra, è avvenuta «un’accorta lottizzazione del potere locale» che ha fatto venir meno «la distinzione tra Margherita e Ds».
Questo è il dramma italiano, l'«accorta lottizzazione» che non fa bene sperare neanche per il futuro pur con il nuovo partito.
Su questo futuro si proiettano le ombre di un passato che Sorgi analizza rievocando una costante storica del nostro Paese, il trasformismo. Per cui il nuovo appare sempre striato di vecchio.
Dalle ombre sul futuro alle ombre del passato, il passaggio è breve. Aldo Cazzullo sul «Corriere della Sera» di oggi presenta un libro di Giovanni Moro («Anni Settanta») che sarà distribuito da martedì, con un'intervista all'autore, figlio dello statista rimasto vittima del terrorismo.
Ne consiglio la lettura per rendersi conto dei «duri giudizi su Andreotti e Cossiga» (come recita un sottotitolo) e sul Vaticano, espressi da Giovanni Moro.
Il quadro che ne risulta conferma la drammaticità di un presente che rifiuta di fare luce su quelle ombre del passato, e l'anomalia del tutto italiana di un Paese che ha dimenticato lucidamente, secondo Giovanni Moro, di fare i giusti conti con l'uccisione di suo padre. Il quale è uno di quei fantasmi che ritornano, ovvero uno di quei morti, sono parole di Giovanni Moro, «che non riposano in pace e che non lasciano in pace nemmeno i vivi».
Non si tratta soltanto di un dolore personale, per Giovanni Moro. In esso si ritrovano i risvolti della storia di un intero Paese che ha preferito dimenticare, in mille modi e per mille convenienze quella tragedia del 1978.
Veronica, ci ho pensato prima di Veltroni
Il capo dell'opposizione Silvio Berlusconi raccoglie orgoglioso ma con cauta freddezza, la «stima» esplicitata verso la propria consorte, e mette le mani avanti: l'aspirante segretario del Pd non avrà mai la signora Veronica tra i suoi fans, perché la signora non ama le occasioni mondane da «first lady». Bene. La signora evita di mostrarsi troppo in pubblico fra i politici forse perché non sempre è d'accordo con il consorte.
Ricordate la lettera del 31 gennaio scorso al direttore di «Repubblica»?
«Egregio Direttore, con difficoltà vinco la riservatezza che ha contraddistinto il mio modo di essere nel corso dei 27 anni trascorsi accanto ad un uomo pubblico, imprenditore prima e politico illustre poi, qual è mio marito. Ho ritenuto che il mio ruolo dovesse essere circoscritto prevalentemente alla dimensione privata, con lo scopo di portare serenità ed equilibrio nella mia famiglia. Ho affrontato gli inevitabili contrasti e i momenti più dolorosi che un lungo rapporto coniugale comporta con rispetto e discrezione. Ora scrivo per esprimere la mia reazione alle affermazioni svolte da mio marito nel corso della cena di gala che ha seguito la consegna dei Telegatti, dove, rivolgendosi ad alcune delle signore presenti, si è lasciato andare a considerazioni per me inaccettabili: " ... se non fossi già sposato la sposerei subito" "con te andrei ovunque"».
Credo che la signora Veronica sia per il Cavaliere uno spauracchio costantemente presente, per cui quando si tratta di parlare di lei, lui ci va con i piedi di piombo, dopo quella lettera...
Ho la massima stima della signora Lario. Di lei ho scritto soltanto una volta nel febbraio del 2006: «La signora Lario (al secolo Miriam Bertolini, ex attrice conosciuta da Berlusconi a teatro nel 1980 mentre recitava non troppo vestita ne «Il magnifico cornuto» con Enrico Maria Salerno), dimostra una pacatezza che ci suggerisce un'ipotesi. Nel caso in cui il suo consorte a conclusione delle operazioni elettorali risultasse vincitore ma faticasse a formare un governo, potrebbe scendere in campo lei stessa, incontrarsi con la signora Flavia Franzoni in Prodi e dare inizio ad un giro di consultazioni informali, per formare un innovativo "governo delle donne"». Sono arrivato prima di Veltroni a mettere gli occhi politici sulla signora Lario...
E tanto per vantarmi (cercando la signora Veronica ho trovato anche un vecchio Grillo...), ho riletto con segreto gusto un mio post del 25 novembre 2005: «Beppe Grillo ha dichiarato a Sebastiano Messina di Repubblica (ieri 24 novembre, pag. 15): «"Su Internet nasce la nuova democrazia". Aprendo questo mio blog (il 19 novenbre, avevo scritto: "Internet è strumento di democrazia. Speriamo che la democrazia faccia progressi non con la ragione delle armi ma con le armi della ragione. Ed auguri anche per un uso consapevole di Internet. Un uso rivolto non ad offendere ma a difendere le ragioni di tutti. Un uso intelligente al servizio del bene comune".»
Ministri della malavita (nel 1909)
Il 19 scorso il prof. Giovanni Sartori in un fondo del «Corriere della Sera» parlava dei «miasmi di questa imputridita palude che è ormai la Seconda Repubblica». Parole da far sobbalzare sulla sedia, per la violenza insita nel concetto di uno Stato giunto alla sua putrefazione finale.Ciò che non mi convince mai, sia detto con tutto il rispetto, quando si parla dell'Italia di oggi, è la definizione di «Seconda Repubblica».
Da nessuna parte dove si macina il Diritto (ovvero in Parlamento), si mai è detto che la Prima Repubblica era stata messa in soffitta da una nuova Carta costituzionale e da un nuovo assetto conseguente ad essa.
Pazienza, accettiamo per buona quest'etichetta che proviene da un figura illustre dalla Scienza politica, come spiega sull'«Espresso» uscito oggi Edmondo Berselli, un saggista a tutto campo che si occupa di sport il lunedì mattina alla radio, di televisione e vita dei partiti il venerdì sul settimanale romano, e che negli altri giorni scrive articoli gustosi di varia umanità sul quotidiano fondato da Eugenio Scalfari.
Orbene Berselli sull'«Espresso» di oggi parte da una premessa: «il professor Giovanni Sartori è il maggiore scienziato politico italiano, possiede un prestigio indiscusso, ha un alone di autorità internazionale».
Poi riporta la frase sui «miasmi di questa imputridita palude che è ormai la Seconda Repubblica», per concludere dopo aver riempito tutta la pagina con un non troppo enigmatico: «caro maestro, 'che fare'?».
Tutto finirebbe lì, se non fosse per il «Che fare?», titolo di un'opera di Lenin...
Sul «Corriere della Sera» di oggi, Gian Antonio Stella ripesca un brano di Luigi Einaudi dallo stesso quotidiano di via Solferino, del primo febbraio 1919: «Bisogna licenziare questi padreterni orgogliosi (...) persuasi di avere il dono divino di guidare i popoli nel procacciarsi il pane quotidiano. Troppo a lungo li abbiamo sopportati. I professori ritornino ad insegnare, i consiglieri di Stato ai loro pareri, i militari ai reggimenti e, se passano i limiti d'età, si piglino il meritato riposo».
Conclude Stella: «Era un qualunquista, Luigi Einaudi? Un demagogo? Un populista? Un «giullare della Suburra»? Meglio andarci piano, sempre, con le etichette insultanti. Forse, se i politici «padreterni» di allora lo avessero ascoltato senza fare spallucce, tre anni dopo ci saremmo evitati la Marcia su Roma».
Una sola annotazione. Il gioco delle citazioni è molto più ampio e perverso di quello che si possa immaginare.
Un titolo, e basta: «Il ministro della malavita». Altro articolo, altro giornale, l'«Avanti» del 14 marzo 1909. Altro autore, Gaetano Salvemini. Un solo personaggio attaccato: Giovanni Giolitti.
L'accusa: essersi procurato il suffragio elettorale nel Mezzogiorno usando questure e malavita.
Sono passati 98 anni. Sembra oggi.
Loretta Goggi a palazzo Chigi
Simbolica dello stato dello Stato italiano. La gerontocrazia che ha vertigini da orgoglio di primadonna e lascia le vere primedonne leggermente più giovani anche se non più fanciulle in fiore, dietro le quinte a mangiarsi il fegato...
Grande è stata la confusione sul palcoscenico di Miss Italia.
Invece abbiamo avuto la solita liturgia delle telefonate di chiarimento fra Prodi e Mastella.
Forse il presidente del Consiglio con Mastella ha avuto una di quelle sue sfuriate che gli attribuiscono come risorsa del carattere in apparenza pacioso, e forse ha detto al suo ministro: «Se ti prendo ti faccio una faccia così».
CL da Rimini dà l'addio a Silvio Berlusconi
L’Italia è «un Paese nel quale, davanti ai problemi, non ci si mette a risolverli, si grida». A conclusione del Meeting riminese di Comunione e Liberazione, l’autorevole parere di Giancarlo Cesana illumina la svolta del movimento e del momento.
Berlusconi, addio. Accomunato a Prodi in un disprezzo palese, il Cavaliere ha ricevuto un solenne benservito dai «ragazzi» giunti al loro classico incontro culturale di agosto. Dove come ogni anno si è parlato di tutto, compresa quindi anche la politica che, ha proseguito Cesana, «non è tutta la vita ma una società va avanti con la politica». (Ohibò, ce ne eravamo accorti anche noi.)
La delusione di Cesana per Forza Italia ed il suo leader deve essere molto forte se, alla proposta di Giulio Tremonti di fare l’alzabandiera nelle scuole, ha risposto con un commento che più velenoso non si può: «Ho il sospetto che l’unica bandiera da alzare sia quella bianca».
Faremmo torto all’intelligenza di Cesana, se attribuissimo la sua disillusione amara per la crisi della politica soltanto a quella dell’ultimo anno, cioè al governo di Romano Prodi. La battuta riservata a Tremonti ci conferma che disgusto e disincanto sono a 360 gradi. Con un «ma» che non è di poco conto. Nella visione religioso-filosofica di un movimento ecclesiale quale CL, la politica entra come un accidente della Storia, ovvero come qualcosa che deve aderire e mirare a valori eterni (la Verità di cui si discuteva quest’anno al Meeting).
Orbene, quando il contesto delle vicende umane (leggi i fatti della Politica) non risulta più rispondente alla Verità a cui si guarda, allora si gira pagina.
Detto in parole povere, né Pd né Pdl possono bastare, ed ecco infatti che localmente nascono proposte cielline in vista delle prossime elezioni amministrative sulle quali si pone il santino benedicente del leader lombardo Formigoni.
Queste proposte locali dimostrano che a CL non interessa nulla della discussione in corso sul Pdl di Silvio e Michela Vittoria Brambilla, soprattutto dopo le odierne dichiarazioni di Umberto Bossi: «Per i fucili c'è sempre la prima volta».
Quella bandiera bianca di cui ha parlato Cesana lasciando Rimini, richiama la classica vignetta del naufrago che sventola in cerca di aiuto le mutandone di un tempo. Però dietro il discorso di Cesana non c’è la disperazione del naufrago. Il tema del Meeting 2008 conferma la visione delle certezze: «O protagonisti o nessuno». Bello e difficile, il tema, con il rischio di avvilirci ancor più, ricordando il passo evangelico dei molti chiamati e dei pochi eletti.
Ovviamente non si parlava delle urne per le amministrative o per il parlamento.
La felicità secondo Eugenio Scalfari
Verso le grandi penne che ho frequentato, nutro affetto e simpatia. Tra loro, c'è Eugenio Scalfari, il fondatore di «Repubblica», alle cui letture di mezzo secolo fa, quando egli era all'«Espresso» ed io un ragazzino chiuso nel provinciale umanesimo scolastico del tempo, debbo l'insegnamento di regole e vizi della economia. I suoi scritti mi sono serviti a comprendere meglio i problemi storici e quelli di attualità anche negli anni successivi.
Le sue articolesse domenicali sono una specie di laica «predica» (prendo in prestito il termine dalla celebri «Prediche inutili» di Luigi Einaudi).
Su «Repubblica» di oggi, è apparsa una sua «Breve lezione sulla felicità».
Magister Scalfari da tempo scrive di filosofia, ed il pezzo di oggi s'inserisce su questo filone. La filosofia, diceva molto concretamente mia nonna Lucia, è quella cosa con la quale e senza la quale il mondo resta tale e quale. Scalfari dimostra invece che la "sua" filosofia è quella cosa la quale riduce tutto al tentativo di dar bacchettate sulle mani a chi gli càpita a tiro.
Il fondo di stamani ne è un esempio lampante.
In breve. Scalfari ha fatto un parallelismo tra la ricerca della felicità in Silvio Berlusconi ed in Clementina Forleo. Il cavaliere si sente felice dopo un bagno di folla. Il gip milanese, per essere tale, ha dovuto esagerare: «L'irruenza del giudizio che ha anticipato un'incriminazione [...] non ha altra motivazione che una ricerca maggiore di felicità».
Allora, caro Magister Scalfari, anche lei come autore di fondi e di saggi, ha ieri cercato la sua «ricerca maggiore di felicità» non nell'ovvio richiamo al signore di Arcore, ma nel tirare in ballo un atto giudiziario sul quale dice di non volere entrare nel merito non avendone «né titolo né voglia».
Troppo snob, caro maestro, questo non aver voglia di discutere di un argomento che passa per la finestra e non per la porta principale, quando poi lei conclude appunto che quell'atto non è servito per una ricerca di «maggiore» giustizia (che dovrebbe essere unico scopo di un giudice), ma di una «maggiore felicità».
La quale è uno stato d'animo molto vago, come dimostra il fatto che qualcuno per essere felice prende a schiaffi il prossimo. Mi sembra, scusi l'ardire, proprio il suo caso del fondo di oggi, domenica 29 luglio 2007.
Politica bollente
Due signore promettono un'estate calda al mondo della politica italiana. La prima è un magistrato, il gip di Milano Clementina Forleo.
La notizia è di queste ultime ore. Secondo Clementina Forleo, i politici intercettati nell’ambito dell’inchiesta in corso a Milano sui tentativi di scalata ad Antonveneta, Bnl e Rcs «all’evidenza appaiono non passivi ricettori di informazioni pur penalmente rilevanti, né personaggi animati da sana tifoseria per opposte forze in campo, ma consapevoli complici di un disegno criminoso di ampia portata».
La seconda signora è Rosy Bindi. Lasciamo alla Giustizia di fare il suo corso, non senza il timore che possa essere come al solito una strada in salita, e restiamo soltanto in compagnia della sfidante al sindaco di Roma Walter Veltroni nella corsa a segretario del futuro Partito democratico.
Ieri Rosy Bindi ha surriscaldato il clima con una dichiarazione rivoluzionaria: «C'è bisogno di una gara di idee».
Come a dire che non bastano le belle facce e le buone intenzioni per fare un partito, ma ci vogliono appunto «idee» (possibilmente nuove, e non riciclate).
La gran discussione sul «sogno americano» svoltasi nei giorni scorsi, mettendo a confronto Veltroni con un altro candidato, Furio Colombo, ha dimostrato come i nostri politici siano bravi a menar il can per l'aia, tentando di parlare di tutte altre cose rispetto a quelle che sono necessarie e fondamentali nella vita del nostro Paese.
Anzitutto non è possibile fare il confronto tra le primarie degli Usa (dove esse sono una tradizione) e quelle nostrane, dove appaiono una specie di tradimento: «Ma come, mi candido io, e vuoi candidarti pure tu: ma che ti ho fatto di male?».
Volevo parlare giorni fa del «sogno americano» della mia giovinezza, dopo la trasmissione di Corrado Augias sulla vedova di JFK.
Nella mia scrivania 45 anni fa avevo sottovetro una foto gigantesca della bella famiglia di JFK, ritagliata dall'«Espresso» di Arrigo Benedetti, quello formato lenzuolo. Guardavamo all'America, noi che non tenevamo gli occhi chiusi e rivolti all'Urss od alla Cina. Poi venne il Viet-Nam, poi vennero le rivelazioni sulla famiglia di JFK, sui loro affari, sulle loro storie losche...
La fine del nostro «sogno americano» fu l'uscita da una giovinezza che vide poi sorgere in Italia altri giorni duri, terribili.
La signora Bindi quando invoca «una gara di idee», sottolinea la necessità di scrivere un copione nuovo, non l'imitazione di altre realtà o di altri modelli.
Ha ragione Lucia Annunziata che nella «risposta» di stamani scrive sulla «Stampa»: «Nell'arena sempre crudele della politica italiana si sta avvelenando un atto che dovrebbe essere solo la naturale espressione di una gara».
Ha ragione pure Concita De Gregorio che su «Repubblica» spiega: la candidatura di Rosy Bondi è «anti-apparati, anti-burocrazia, anti-alchimie di potere».
Per questo osservavo all'inizio che Rosy Bindi ha ieri surriscaldato il clima politico nazionale. Da poche ore è intervenuto il fatto nuovo dell'inchiesta milanese che metterà scompiglio nel centro-sinistra: politici non tifosi ma complici.
Viva l'Italia
L'Italia dei furbi che invocano Gustavo Selva di non andarsene dal Senato, di ritirare le dimissioni presentate dopo il finto malore usato per correre in ambulanza in uno studio televisivo, nel giorno della visita di Bush a Roma.
Viva l'Italia! L'Italia di Gustavo Selva che dice ai colleghi del Senato: «Lo faccio per voi, per non imbarazzarvi. Se mi assolvete, ci danno della casta...».
Meglio vivere nella casta che essere casti, meglio furbi che dimissionati. Viva l'Italia che trova anche la forza di usare l'ironia applicata alla storia. A Roma 64 anni fa, ha detto Selva, ci fu un'altra ambulanza che divenne famosa: quella con Benito Mussolini, arrestato dopo il voto del Gran consiglio del fascismo del 25 luglio 1943.
Viva quest'Italia, senatore Selva che non sa distinguere il dramma dalla farsa.









Il tran tran quotidiano, il male di vivere dell'ordinario, impongono anch'essi l'obbligo di essere sinceri con il prossimo, perché con se stessi si può sempre trovare modo per sottrarsi alla chiarezza. Per barare. Questo nell'ambiente di lavoro, nella famiglia, nei rapporti formali ed informali con il prossimo tuo. Sognare un mondo senza ipocrisie è un'utopia? Ma spesso l'utopia è la più sana forma di realismo per rendere accettabile l'inaccettabile.